Recensioni

7.4

«This Makes Me Proud To Be British», e questa volta citiamo il tormentone di Dean Blunt / Babyfather senza doppi sensi perché il famoso disco di Skepta che doveva reggere l’asfissiante chiamata di una potabilità/appetibilità statunitense si risolve in una tracklist molto british appunto, e molto grime, solida di nuovi e vecchi ganci, coerente con i principi con i quali era nata la label fondata assieme al fratello Jme, Boy Better Know, e con il microphone champion che ha sempre professato di essere.

Konnichiwa, buongiorno in giapponese, è il disco che apre a certi USA dalla porta del gansta lanciando ponti tra Tottenham (il quartiere più violento d’Inghilterra) e certi postacci di Brooklyn: lo fa di petto (vedi una Crime Riddim, il pezzo con Young Lord degli A$AP Mob) e alla luce del sole (vedi Ladies Hit Squad con tanto di videoclip a tema dove il richiamo al Drake prodotto da Noah “40” Shebib è lapalissiano), tenendo fede alla sua UnderdogPsychosis con la sua family e community in testa. Per la riprova basta ascoltare Numbers, il brano con l’ospite più famoso della parata, un Pharrell che così cupo e anti-Happy non si era mai visto e, anzi, qui la sua presenza sembra contraddittoria, se non per un avallo politico con gli States. E di avalli e attestati di stima da parte della comunità artistica hip hop e r’n’b internazionale Joseph Adenuga ne ha accumulati parecchi negli ultimi anni. Il caso più emblematico? Drake, che si è unito simbolicamente alla sua label tatuandosi le sue iniziali e sponsorizzando concretamente Konnichiwa in un post Intagram.

Tornando alla scaletta, non mancano i super successi, un paio già platino in UK, come l’eski sound nonché manifesto programmatico That’s Not Me col fratello Jme, lunga parata di ciò che Skepta non è mai stato e/o non è più («Yeah, I used to wear Gucci / I put it all in the bin cause that’s not me / True, I used to look like you But dressing like a mess? Nah, that’s not me»), e quella bomba che è stata Shutdown – con l’attacco che campiona un post Vine di Drake – altro fiero arazzo (to shotdown usato come verbo significa caricare di hype una situazione) di una sottocultura ritrovata, arrabbiata, ma anche gioiosa e ruspante (vedi anche il relativo video girato al Barbican, uno dei tanti simboli della gentrificazione). Ed è vero, nessuna – o quasi – delle nuove tracce per la maggior parte prodotte dallo stesso Adenuga batte in appeal quei pezzoni, ma nessuna di loro sbava, bara o cede terreno: Lyrics con l’ottimo ruff sound di Novelist, ovvero l’ultima generazione di grime vocalist al suo meglio, ne è un esempio, e Man è il nuovo affondo forte del solito spartano incastro di flow e low-rent electronics à la Treddin’ On Thin Ice, fanfare minacciose london style, campionamenti di riot urbani e poco altro. È la dichiarazione d’intenti di un grime che non è hip hop rappato male come sosteneva recentemente Azealia Banks, ma qualcosa di emancipato (e neanche da ieri) per cui c’è da essere proud to be British, e proud to be from North London. Corn On The Crub con Wiley, il cui ascendente su Skepta si è sempre fatto sentire, è un altro tiro che poteva andare più a segno, ma avercene: torna il discorso di appartenenza che il rapper di origini nigeriane vuol mettere bene in chiaro, un discorso che è assieme musicale e di stoico indipendentismo – vedi Detox con BBK e produzione di Footsie – con la differenza che ora c’è una porta aperta per qualche amico americano che mette piede a casa sua e non viceversa.

I declami “No label, no PR, no publisher, no manager, no PA, no stylist” potranno anche lasciare il tempo che trovano, ma l’architettura del disco è adulta e pensata a freddo. Non lo farà sfondare su Billboard (anche se non è detta l’ultima), ma gli ha permesso di confezionare un disco potente con il quale il grime rappato potrebbe rinascere non come ai tempi di Boy In Da Corner (Rascal è naturalmente citato più volte in tracklist), ma abbastanza grande per comunicare efficacemente la sua originaria e cazzuta ruvidezza, con rinnovato slancio.

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