• Ago
    17
    2018

Album

EMI

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Al terzo album gli Slaves si fanno forti del ruolo di prime mover della nuova ondata indie punk incazzato e consapevole, quella che oggi catalizza attenzioni grazie a Shame e IDLES per intenderci. Rispetto alle suddette band, restano i vicini meno rispettabili che potreste auspicare di avere. Animati da un autentico risentimento nei confronti moderna società dell’immagine, che non si concretizza nel ringhio rabbioso e proletario degli Sleaford Mods, né nell’analisi affilata, a 360 gradi, di Joe Talbot e compagni, ma che ugualmente svela una capacità di osservazione e di sintesi da songwriter di razza.

Quando il mondo si accorse di loro ai tempi di Are You Satisfied? se ne sottolineava, oltre al furore manesco, l’abilità di incorporare linguaggi musicali urbani per dare vita a un grido di frustrazione che i punk old school avrebbero fatto fatica ad accettare (anche a per via della laccatissima produzione). Oggi, pur nel contesto angusto di una musica giocata sull’impatto frontale, gli Slaves mostrano chiari segnali di un’evoluzione che potrebbe mettere fine a quell’equivoco. Nel 2018 quel che resta del pop chitarristico sta assumendo forme sonore intransigenti. In questo senso Act Of Fear And Love può essere considerato a tutti gli effetti un moderno britpop album. A dirla tutta, la pop wave di Chockehold non punta tanto lontano dalle Elastica del ’95.

Musicalmente si tratta del lavoro più sfaccettato realizzato fino ad ora. Si va dai riff mammouth di Artificial Intelligence, alla filastrocca acustica con cui Daddy pennella i tratti di un personaggio che soccombe miserabilmente alla crisi di mezza età. Photo Opportunity alterna il consueto chitarrismo catastrofico a un tono confidenziale che lancia una luce tutta nuova sulle capacità interpretativa di Isaac Holman. Altrove (ad esempio nell’iniziale e anthemica The Life They Wish They Have, nel blurismo al vetriolo di Magnolia) la band assottiglia la distanza che intercorre tra punk e lad rock, tra cantina e stadio, proponendosi come una versione più sanguigna e consapevole dei Kasabian.

Più di tutto, però, a fare del disco un lavoro perfettamente inserito nella tradizione del pop d’Albione è la capacità di costruire i brani come amare vignette, commentari ironici di una società selfie-centrica, composta da famiglie disfunzionali, brutalmente manipolata dal consumismo sfrenato e dalla sovrastimolazione sensoriale. Il rock britannico può ripartire anche da qui.

5 Settembre 2018
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