Recensioni

7.4

Togliamoci subito il dente: c’è, in questo No Cities To Love, una sintesi di tutto ciò che le Sleater-Kinney pre-The Woods sono state, ovvero un gruppo in cui spigoli impazziti vengono tenuti sotto controllo, un incrocio spinoso ed eccitante tra noise, pop e qualcosa che sta dalle parti del post-hardcore.

C’è sintesi, dicevamo, ma è una sintesi monca, priva della saturazione space-spacca-ossa che aveva reso il disco precedente un’opera riuscitissima perché sorprendente (se avete ascoltato per la prima volta The Fox in cuffia, sicuramente avete pensato che qualcosa si fosse rotto). Questa è l’unica notizia negativa, testimoniata simbolicamente nella tracklist da A New Wave, pezzo molto bello e Slits-iano (nessun pezzo delle Sleater-Kinney è mai meno che interessante, anche in questo album) in cui le tre ad un certo punto si infilano in una buca di rumore noise che in passato sarebbe stata espansa, ma che viene in questo caso troncata prima della deriva.

Ecco, il punto è questo: se si guarda alle Sleater-Kinney come a quelle di The Woods, allora si perde in partenza: questi dodici brani sono un passo indietro quanto a tentativo di superare gli steccati sonori della band. Ma sarebbe un giudizio di comodo che non terrebbe conto di una cosa fondamentale: il songwriting. Ad avercene, infatti, di persone come le Sleater-Kinney: brani fugaziani (l’attacco di Fangless, da questo punto di vista, è eloquente) che non scadono nel manierismo o nella scopiazzatura, singoli in cui pop, rumorismo e analisi della società sono perfetti (Bury Our Friends), brani-summa di ciò che è il suono Sleater-Kinney (Price Tag: enorme), ricordi degli anni Novanta (No Anthems). C’è per ogni brano un elemento di interesse, un lavoro di coesione tra strumenti e voci che rasenta la perfezione, un’attenzione alla società e ai problemi legati a politica, media e music business che fa capire quanto le Nostre non siano cambiate.

Un disco superbo per molti versi, che in alcuni frangenti rivela anche spunti altri rispetto a quanto finora prodotto dalla band (Fade, coi suoi cambi di tempo, le voci filtrate ed in apnea, e quella malinconia in dissolvenza, è un esempio prezioso di fragilità), che non spinge, come l’album che lo ha preceduto, a far saltare il tavolo delle certezze, ma ci restituisce una band con ancora molto da dire.

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