Recensioni

Ci sono gruppi che vivono del proprio mito. Sembrerà una frase fatta, ma pensateci bene: entità socio-culturali che si affermano nella bellezza, nell’importanza, o semplicemente nella rara follia di un gesto, venendo riconosciuti e legandosi indissolubilmente a quell’attimo suggellato nel tempo. Quello della musica è un campionario che offre le più disparate cronache e protagonisti bizzarri, inafferrabili, ancor più nel variopinto e (ideologicamente) estremo metallo pesante; gruppi che registrano un baluardo del proprio genere dopo che il principale songwriter si fa letteralmente esplodere il cervello (e questo finisce in copertina), e poi il bassista fa fuori il chitarrista, o ancora un tipo che dice di essere il figlio di Satana e si fa INCIDERE una croce rovesciata sulla fronte, un altro che stacca la testa dei pipistrelli a morsi e così via, un’allegra fauna di svitati con tendenze psicotiche. L’unica “frangia” non dirompente e assolutamente pacifica, incidentalmente o meno legata ad un sound più fluido e psichedelico e a subculture contingenti, è quella dello stoner, che ha contribuito a definire l’immagine (e l’immaginario tutto) del fattone per antonomasia, ed attualmente è uno dei sottogeneri del metal con più proseliti ed un’antologia ben definita del proprio percorso. Il genere è, per dirla con Reynolds, uno dei massimi esempi di retromania musicale, e trova una propria forma e una propria identità verso i primi Novanta, tra i cacti e le terre aride del Mojave: attorno a Joshua Tree si ritrovano tribù elettriche di giovani capelloni, che con van e generatori producono jam al chiaro di luna, fino alle prime luci dell’alba: questi electric warriors sono nati e cresciuti in un terreno culturalmente fertile, oltre che a livello di vegetazione; i baccanali a base di peyote, ganja e folate elettriche sono solo il rovescio della medaglia dei vari enormi raduni, come quello storico di Castlemorton del ’92, che si consumano dall’altra parte dell’oceano, alimentando la crescente cultura rave a suon anfetamine ed elettronica. In California si viaggia al altri ritmi, e band come Kyuss e Fu Manchu iniziano a costituire l’autentico fulcro della questione: il loro è un blues abrasivo, desertico appunto, che tiene ciecamente fede al vecchio testamento di Sabbath e Blue Cheer, non disdegnando la furia e l’impeto dei Black Flag che fino a poco tempo prima dettavano legge a sud della West Coast.
In questo magma in costante ebollizione, spuntano tre loschi figuri: Matt Pike, Al Cisneros e Chris Haikius. Nomi bizzarri per gente bizzarra, tre ronin senza padrone che si spostano dai ponti e cabs di San Francisco per prendere parte al più grande baccanale della loro generazione, giù verso quel lembo arido e latin-speaking di California in cui guerrieri e stregoni portavano con sé ingombranti generatori, torri di ampli ed armi a 4 o 6 corde per far ballare coyotes e cristiani all’ombra di imponenti piante grasse. Questi paladini del fai-da-te hanno preso le radici del punk, le hanno piantate in quel terreno arido e spoglio, desolante se vogliamo, e le hanno bagnate di liquidi lisergici e bombardate con vibrazioni settantiane; da questi grandi amplificatori surriscaldati usciva un suono, se non IL suono, che nel vero deserto, quello musicale dei nineties del dopo-Cobain, portò qualcosa a tante orecchie orfane di distorsioni, coccolando anche metallari in crisi d’identità e punk nello slowdown da post-anfetamine. Da qui parte l’epopea degli Sleep, che tocca un arco di venti anni e passa, dall’esordio del ’91 Vol. 1 al limbo produttivo di Jerusalem, opera che ha assunto nel corso del tempo una sorta di aura leggendaria, e che adesso (fresca di terza ristampa) è noto ai più come Dopesmoker – un’unica traccia di ben 63 minuti in cui si staglia con passo mastodontico un riff ripetuto e mantrico. Il mito dei tre da Oakland si sedimenta nel tempo, grazie al “disco maledetto” di cui sopra (una vera chimera per i collezionisti, almeno fino a una decina di anni fa) e a comparsate/citazioni in più istanze, pure quella vagamente hipster/fighetta di Harmony Korine, che mette la loro Dragonaut a commento dei disagi della provincia americana retrograda nel cult movie Gummo (1999).
Finita la corsa (breve e intensa) dei primi Sleep, sappiamo più o meno tutti come sono andate le cose, fino allo scorso 4 aprile (il simbolico e mai casuale four/twenty) in cui esce l’atteso successore di una delle pietre angolari del genere: The Sciences viene annunciato con nessun preavviso, dopo che la band è tornata in giro da ormai diversi anni e già ha anticipato nuove produzioni con il singolo-trip The Clarity (datato 2014 e pubblicato nella serie di singoli di Adult Swim). È tempo di far friggere nuovamente qualche testata Orange, e gli Sleep decidono di mettere su nastro l’ennesima epopea, con il placido e pingue Cisneros a fare da narratore, e a condurci nel viaggio verso il pianeta Iommia – l’immaginario si fa al solito saturo di citazioni e talmente stralunato da fare il giro e diventare una roba quasi-seria, nella sua totale stravaganza kitsch. La sezione ritmica è più solida che mai, con Jason Roeder dei Neurosis che questa volta siede dietro le pelli, mentre Pike decide di operare un attacco sistematico al nostro sistema uditivo facendo vibrare aria nell’intro, una specie di tune-in infernale in cui i tre druidi risucchiano tutti i liquidi residui del nostro apparato organico, e ci catapultano nelle bordate telluriche (con tanto di bong acceso, ovviamente) di Marjiuanaut’s Theme, una delle cinque colonne portanti che sorreggono questo nuovo tempio del suono. Il viatico che segue è il consueto campionario di riff iommici e muri di suono che sfidano le leggi della gravità, in cui si fa riferimento a nuove vie sonore, ma anche ad un significativo passato – Sonic Titan, cavallo di battaglia in sede live del trio, ma mai prima di adesso messa a referto in un album, o le vibrazioni-Om di Giza Butler, che omaggiano l’immarcescibile bassista dei Black Sabbath.
The Sciences è un’ora di puro delirio sonico, in cui è condensata tutta la narrazione e la mitologia di questo gruppo incredibile, e che soprattutto mette in luce un Matt Pike in stato di grazia, che con gli anni si dimostra sempre più un vero e autentico titano delle sei corde, uno dei migliori (se non il migliore) della sua generazione. Stonatevi e lasciatevi trasportare.
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