Recensioni

5.5

Alexis Krauss non ha fatto tanti giri di parole per descrivere il quarto album della creatura partorita insieme a Derek Miller, gli Sleigh Bells: uno spazio di quarantatré minuti che finalmente si è aperto al suo approccio vocale, lasciandole la libertà di apportare sfumature ai pezzi senza sacrificare mai la sua presenza, controvertendo l’ordine delle cose che fino a poco prima la relegava in secondo piano alla pari delle trame strumentali. L’orgoglio di questa affermazione non poteva che essere incarnato dalla femme fatale Jessica Rabbit, qui simbolo di un’attitudine riot grrrl che riesce ad essere anche sensuale e ammaliatrice, posta a cavallo tra il pop tirato a lucido dai sintetizzatori e il punk delle chitarre distorte di Derek Miller. Un quarto disco che ha dovuto far fronte a tre anni di lavorazione nei quali il modus operandi della band è stato decostruito e rivisitato per evitare un continuo riciclo degli Sleigh Bells stessi.

Lungo l’esecuzione il dinamismo della voce della Krauss e i cambi di tempo movimentano alla grande i brani, richiamando il lavoro dei colleghi Purity Ring e Crystal Castles e permettendo sicuramente ben poche manovre alla metà maschile della band: un processo forse atto a fidelizzare un pubblico che questa voce femminile non l’aveva sentita mai per davvero, una vittoria personale che va a incidere sui momenti di noise, sempre meno rispetto agli ammiccamenti rivolti al mondo del mainstream electro pop. It’s Just Us Now, in apertura, mostra un compromesso memore dei successi passati degli Sleigh Bells, capace di un motivo orecchiabile basato su pesanti drum machine e riff aguzzi – stavolta con vocalità ben più consistenti, perché la Krauss non vuole essere meno importante di una qualsiasi Taylor SwiftTorn Clean abbassa per un attimo i bpm con un’atmosfera dream ricca di armonia che esplode nei guizzi elettronici modaioli di Lightning Turns Sawdust Gold, assolutamente plausibile come singolo radiofonico di un’affermata popstar americana. I Can’t Stand You Anymore cede un pochino di respiro alle chitarre, sebbene l’attitudine sia quella di un pezzo fruibile per un largo bacino di ascoltatori, con coretti e sonorità molto più che popolari; Crucible ha invece un’allure 90s che richiama nella ritmica Black Or White, mentre Loyal For dipinge di nero il paesaggio con distorsioni e cupi accostamenti.

Man mano che l’ascolto procede, il divario fra le tracce si accentua dando la sensazione di un mix caotico che non va a parare da alcuna parte, escludendo il godibile lavoro distruttivo svolto in Unlimited Dark Paths, nella quale i colpi di batteria si trasformano in violenti proiettili, perfetti in abbinamento con gli acidi testi. Insomma, gli Sleigh Bells non sono maturati e non si sono nemmeno involuti, ma di certo continuano ad attingere da immagini che, come i cartoni animati misti alla realtà di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, non si possono definire ancora del tutto adulte. Il duo può piacere molto o può non piacere affatto, anche per la sua impulsività, che qui si è dovuta a tutti i costi esaurire in tracce al tritolo, sopra le righe, mettendo bene in evidenza le fragilità adolescenziali della band.

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