• mag
    05
    2017

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Dead Oceans

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In tutta sincerità, e non limitatamente al ristretto ambito dello shoegaze, il punto di non ritorno per ciò che riguarda la questione reunion è stato sicuramente il disco dei My Bloody Valentine M B V. Dopo quella che a tutti gli effetti non era una défaillance da scioglimento (mai di fatto certificato da chicchessia) ma una realistica chimera, attesa, agognata, sperata da molti fan per più di un ventennio, diciamo che ogni reunion, al netto di quelle impossibili causa decesso delle parti in gioco (e almeno fino a quando l’industria discografica non si inventerà veramente l’ologramma), è divenuta una possibilità concreta tra le tante, e che i ritorni di Lush e Ride, solo per rimanere ai capisaldi del genere, non fanno che confermare. Dunque non sorprende affatto questa reunion degli Slowdive a distanza di due abbondanti decenni dall’ultima manifestazione discografica (Pygmalion, 1995) e dal successivo scioglimento, avvenuto proprio nel 1995. È, diciamo così, la naturale evoluzione di ciò che il mercato discografico 2.0 è al momento, in questa fase di incertezza: un continuo ripiegare su stesso in una vertigine retromaniaca nella quale volenti o nolenti siamo avvitati tutti, band, discografici, critica, pubblico, e per la quale viviamo, visti i numeri che ristampe, concerti celebrativi di album d’epoca, reunion vere e proprie sembrano totalizzare, sia under che overground.

Cosa c’è, dunque, in questo nuovo disco di una band dal culto effettivamente semi-sotterraneo? Nulla più, nulla meno di ciò che c’era un tempo e di ciò che ci saremmo aspettati in un ipotetico quarto disco, con lo stanco e “bizzarro” Pygmalion – sia chiaro, il giudizio è visto dalla prospettiva meramente shoegaze – a metterci sull’avviso. Così questo iato più che ventennale sembra rivestire di freschezza qualcosa che è indissolubilmente legato al proprio essere e al proprio passato: shoegaze etereo, sognante, ipnotico, spesso notturno e sicuramente pervaso da quel taglio a metà tra il cinematografico (dunque evocativo) e l’“on the road” (l’iniziale Slomo è un invito a perdersi su una strada statale verso un luogo lontano), a volte irrobustito da una certa dose di elettricità e senso del ritmo non inediti ma sicuramente sorprendenti (Star Roving, già scelta come singolo, o Don’t Know Why, che parte inquieta, diviene romantica e delicata, poi risale e s’increspa), altre un po’ troppo melodicamente melenso (Sugar For The Pill), altre ancora umbratile e ripiegato, giustamente, su se stesso, come accade in Go Get It.

Cosa resta di questi 45 minuti? Un portale spazio-temporale, per chi c’era e per chi non c’era. La certezza che invecchiare non è necessariamente un problema. Infine, che la bella musica, seppur non originalissima, seppur perfettamente calata all’interno del proprio recinto d’adozione, è in grado di mostrarsi in varie e tali forme che il tempo svanisce e i cerchi si chiudono. O si riaprono.

5 maggio 2017
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