Recensioni
«È jazz? È dub? È voodoo? Your Queen is a Reptile è un contenitore dove tutte queste entità convivono simbioticamente». Così scrive il nostro Andrea Murgia nella recensione dell’ultimo disco dei Sons Of Kemet, centrando tutta la questione. Dal vivo, la band capitanata da Shabaka Hutchings è però ancora più orientata verso il carattere tribale, se volete anche sciamanico della musica che propone, lasciando intendere che certe soluzioni razionali pensate per l’album non possono che trasformarsi, su un palco, in un suono frenetico, inarrestabile e fondamentalmente strumentale. Nel concerto in collaborazione con Bronson Produzioni che certifica un’edizione di Ravenna Jazz attenta anche alle nuove tendenze mondiali, i Nostri rivelano la loro vera natura: un link che unisce il binomio Africa/Caraibi sostenuto da due batterie che lavorano all’unisono su un muro di poliritmie impressionante, ricordi di una New Orleans fatta di brass band e sincopati (notevole l’apporto sui bassi garantito da una tuba di Theon Cross che sembra una locomotiva) e il richiamo alla tradizione jazz sia per il concept “politico” del suono – un ritorno alla terra d’origine contro tutti i colonialismi, già indagato ampiamente, nel tempo, da musicisti come Max Roach, Archie Shepp e molti altri – che per alcuni stimoli stilistici.
E il ritmo è la variabile che indirizza anche i fraseggi di sax dello stesso Hutchings: nel suo dialogare con lo strumento non c’è la libertà formale tecnicamente virtuosa di un Coltrane o magari l’irruenza sbrigliata di un Sonny Rollins, bensì un approccio totalmente votato alla costruzione di pattern ripetitivi, veloci e fisicamente sfiancanti. Un utilizzo percussivo dei fiati che non prevede svisate, per nulla interessato a farsi voce solista, ma capace di doppiare e al tempo stesso esaltare il lavoro degli altri strumenti, in un coralità caracollante impostata su tempi circolari e magmatici, e talvolta capace di arrivare ai confini del free.
In una serata che a bordo palco si rivela tanto divertente quanto torrida, i quattro non si risparmiano e sudano le proverbiali sette camicie, per un’ora e mezza di concerto che mostra un po’ tutto il campionario del gruppo. Rispetto ad artisti come Binker & Moses o magari Kamasi Washington – tanto per citare due dei “casi” più eclatanti esplosi in ambito jazz negli ultimi anni – i Sons Of Kemet ci sono parsi meno fantasiosi e creativi, ma la contropartita è un’aggressione fisica talmente potente, coordinata e coinvolgente da spazzar via ogni puntiglio da accademia. Chapeau.
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