Recensioni

Belgica è tante cose. Innanzitutto è un film di Felix Van Groeningen, filmaker fiammingo già nominato all’Oscar nel 2014 con Alabama Monroe (quando vinse La grande bellezza di Paolo Sorrentino). Ma è anche il bar di Gand (o Ghent, Gent), la stessa città dei fratelli Dewaele/Soulwax: aperto e gestito da due ragazzi del posto, di live show in live show diventa sempre più una specie di Hacienda in formato fiammingo (e con un ventennio abbondante di ritardo). Ma Belgica è soprattutto il ritorno dei Soulwax, che per l’occasione collaborano con Van Groeningen (appaiono anche abbondantemente nel film) e si inventano quindici band, con tanto di piccola biografia e di passaggio live o su disco per le casse del Belgica, interpretandole per lo spazio di un brano. Il risultato è la quintessenza del sound Soulwax, quel misto di disco-indie, rock alternativo, elettronica e gusto per la produzione che ne ha caratterizzato da sempre la carriera.
Che ai fratelli Dawaele piacesse giocare con le identità, cambiando maschera a seconda del progetto che avevano in mente, è cosa evidente a chi abbia mai approcciato la formazione belga. Lontani dall’aura di grande band che hanno sempre avuto i connazionali dEUS, i Soulwax sembravano inizialmente destinati ad essere presto dimenticati nel calderone indie di fine Novanta/inizio Duemila. Invece, complici una facilità al ritornello indimenticabile (vedere alla voce Conversation Intercom su Much Against Everyone Advice del 1998, tanto per citare un brano emblematico) e una produzione curata nei minimi dettagli, i Soulwax hanno continuato la loro parabola attraversando quasi un ventennio di musica, diventando per certi versi un caso nel mondo musicale. I due, infatti, diventano inizialmente molto più noti (e lo sono tuttora) come DJ e producer sotto vari moniker: da 2manydjs a Flying Dawaele Brothers.
Il grande successo, poi, arriva con una compilation, As Heard On Radio Soulwax pt. 2, del 2002: 45 brani che il New York Times incensa tra i migliori dischi di quell’anno. Dal fatto che inizialmente i brani previsti per quel lavoro fossero poco meno di 200 (per molti i Nostri non riuscirono a ottenere i diritti), si capisce la vena massimalista dei due: scrivono, missano, producono, remixano (vedi alla voce LCD Soundsystem e Daft Punk Is Playing At My House (Soulwax Shibuya Mix)), cambiano casacca senza mai cambiare squadra e riuscendo a definire in qualche modo se stessi. Sempre con il gusto per lo scherzo e il paradosso, che si ritrova abbondantemente anche in questo disco (ma sì, chiamiamolo così): dall’erasums-disco di Ti ricordi di me firmato da due italiani studenti fuori sede che adesso gestiscono un ristorante, al country-blues di Roland McBeth (Don’t Wait Up For Me), passando per lo scherno verso i Chromatics dell’inziale The Best Thing cantata da tale Charlotte. Oppure il folk-pop al kebab dei turchi Kursatt 9000, il powerpop dell’influente band (quando era ancora sconosciuta) The Shitz, il punk à la Agnostic Front dei Burning Phlegm e così via.
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