• ott
    01
    1987

Classic

Sub Pop

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Sub Pop pubblica in edizione rimasterizzata un altro dei pezzi storici del suo catalogo. Insieme a Bleach dei Nirvana, Superfuzzbigmuff dei Mudhoney e Dry As A Bone/Rehab Doll dei Green River, Screaming Life dei Soundgarden è tra le pubblicazioni che hanno contribuito di più a definire l’estetica del rock di Seattle. Benché abbiano inciso soltanto due mini album per l’etichetta di Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, prima di tentare l’avventura alla SST e quindi alla major A&M, i Soundgarden sono stati tra l’altro decisivi proprio per le sorti di Sub Pop, essendo stato (pare) Kim Thayil a mettere in contatto i due futuri proprietari dell’etichetta.

Screaming Life non è il capolavoro del gruppo di Thayil e Chris Cornell. Rappresenta però in maniera perfetta la formula originale, un mix di hard rock anni ‘70, punk, dark e indie rock. È proprio riscoprendo quella chimica, e anzi aprendo alla psichedelia classica, al rock progressivo e alle melodie dei Beatles, che i Soundgarden avrebbero virato oltre il metal pensante ma ambiguo di Louder than Love, per raggiungere il proprio vertice creativo con Badmotorfinger e Superunknown, pietre miliari di un tardo suono di Seattle prossimo rispettivamente all’apogeo e alla fine. Tra i primissimi dischi targati Sub Pop, Screaming Life è a suo modo la sublimazione del concetto originario di rock alternativo.

In uno dei primissimi concerti i Soundgarden (ancora un trio), con Cornell nel doppio ruolo di vocalist e batterista, aprirono per gli Hüsker Dü a Seattle. Tra il pubblico qualcuno era perplesso: ma questi suonano… metal! Appunto, la fusione tra metal e punk non era affatto scontata, figuriamoci quel crossover bianco che con l’aggiunta della psichedelia avrebbe posto le basi per il grunge. Del resto, a metà degli anni ’80 Seattle era l’estrema periferia dell’impero discografico americano. I complessi autoctoni erano rassegnati a emigrare, se proprio volevano avere successo. E mentre per molti promoter la città di smeraldo era troppo fuori mano per organizzare concerti dei grandi tour nazionali, i club locali dovevano sopravvivere alle Teen Dance Regulations, una serie di ordinanze restrittive imposte dall’amministrazione locale. Altro che Mecca del rock alternativo. L’isolamento di cui la città fu vittima è stato, in un certo senso, la sua benedizione. I gruppi locali non avevano paura di quello che non era cool. Chi era cresciuto con i Kiss e poi aveva scoperto il punk, non li rinnegava. Semplicemente, metteva insieme i due mondi, come dimostra Sub Pop Rock City degli stessi Soundgarden, tributo a Detroit Rock City incluso in Sub Pop 200 (e qui aggiunta come bonus). Il segreto del famoso suono di Seattle era la sua originaria uncoolness. C’è da dubitare che lo sapessero gli stilisti, quelli che qualche anno dopo avrebbero lucrato sulla sua estetica portando le camicie di flanella e le giacche di velluto a coste sulle passerelle…

Nei sei brani del mini album d’esordio registrato con Jack Endino ai Reciprocal Recording, Chris Cornell, Kim Thayil, Hiro Yamamoto e Matt Cameron modulano il classico heavy metal, tra i riff cavernosi dei Black Sabbath e il dinamismo ritmico/chitarristico dei Led Zeppelin, con un art rock abrasivo derivato dalla new wave inglese e dalle tossiche rivisitazioni post-punk di scuola SST e Touch And Go. L’iniziale Hunted Down dà ragione al critico che li aveva ribattezzati “Led Sabbath”. Nondimeno, l’incipit della successiva Entering è sintomatico di come il rock gotico inglese, nelle figure di Bauhaus e Killing Joke, abbia impresso un marchio profondo sull’ispirazione della band: i primi quindici secondi circa sono una fotocopia dell’incipit di Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus. Il punk decelerato e appesantito della stessa Entering e di Tears to Forget deve molto ai Black Flag; d’altro canto, il doom di Nothing to Say, lento e pachidermico, quasi alla Melvins, ma con la voce di Cornell che svetta verso empirei plantiani, e la psichedelia deviata di Little Joe e Hand of God, che guarda da vicino ai Butthole Surfers (nella prima, il mezzo rap di Cornell biascicato con la voce distorta, le chitarre scordate di Thayil e il tempo sincopato e demenziale di Cameron ricordano il gruppo di Gibby Haines), raccontano di una band connessa al rock underground dei vari Die Kreuzen, Killdozer e Scratch Acid, quanto ai classici dell’hard a cui è stata accostata fin dall’inizio. Fopp (il successivo EP della formazione) è invece un lavoro transitorio ma persino più fantasioso, con le cover di Green River e Ohio Players (la funkeggiante title-track) e il remix di quest’ultima a bilanciare la presenza di un solo inedito, la non trascendentale Kingdom of Come.

Passano pochi anni e la città che aveva dato i natali a Jimi Hendrix ma era terra di nessuno sulle carte geografiche della musica rock, diventa la nuova capitale. Che cosa è successo nel frattempo? Se ci si ferma all’esplosione dei Nirvana, la risposta è già scontata. Se invece si vuole approfondire il retroterra sonoro ed esplorare le radici del Seattle Sound, Screaming Life contiene diversi passaggi cruciali che aiutano a focalizzare meglio quanto è avvenuto nei cinque anni che hanno, in pratica, preparato l’avvento del grunge nelle classifiche mondiali.

11 Dicembre 2013
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