Mudhoney (US)

Biografia

Outsider della scena che ha avuto in Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden le proprie punte di diamante a livello commerciale, i Mudhoney non hanno mai venduto milioni di copie e dopo vent’anni di carriera neppure possono permettersi di vivere di musica (Mark Arm fa il magazziniere dell’etichetta che pubblica i dischi del gruppo, la Sub Pop). Eppure non sono inferiori ad altre band che hanno fatto la storia del grunge.

A fare la storia del genere – ma non ditelo a loro, che si sono sempre considerati un gruppo punk – hanno cominciato ancora prima di nascere, quando Mark Arm cantava nei Green River insieme a due futuri Pearl Jam. Negli anni pre-Nevermind sono stati i Mudhoney la band simbolo della scena rock underground di Seattle, la prima ad accendere la miccia oltre i confini del Nordovest americano.

Il quartetto nasce il 1° gennaio 1988, formato da Mark Arm (voce, chitarra), Steve Turner (chitarra), Matt Lukin (basso) e Dan Peters (batteria). Pochi mesi dopo incide il fenomenale 45 giri Touch Me I’m Sick/Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More. Il lato A in particolare è un assoluto classico. Il mini album Superfuzz Bigmuff – registrato da Jack Endino e intitolato con i nomi dei distorsori usati dai due chitarristi del gruppo – è lo specchio di tutto ciò che i Mudhoney rappresentano, compreso il ruolo defilato in una scena che nel giro di qualche anno andrà a conquistare il mondo. Più che un intreccio di punk e hard rock anni ’70 con agganci melodici, il loro è un punk appesantito; e non da riff heavy metal, ma dal precipitato fuzz di chitarre sulfuree e ultradistorte che creano un ponte tra il garage degli anni ’60 – per intenderci, quello di Nuggets, delle band di Detroit (Stooges e Mc5), dei conterranei Sonics – e il punk-hardcore degli anni ’80. Aggiungiamoci anche un tocco di blues, di psichedelia malata e di protostoner alla Blue Cheer. Una miscela esplosiva ma il cui potenziale commerciale non potrà mai eguagliare quello dei colleghi.

Dopo l’ottimo album omonimo, il gruppo, che ha sempre mantenuto un profilo basso, matura l’intenzione di fermarsi. Turner, infatti, vorrebbe ritornare a studiare. L’ottimo riscontro ottenuto da Every Good Boy Deserves Fudge gli fa cambiare idea e scongiura le ipotesi di un prematuro scioglimento. Piece of Cake è il primo LP a uscire per la Reprise; è un lavoro altalenante, la cui riuscita è compromessa anche dai problemi di Mark Arm con l’eroina, ma che come il precedente prova ad ampliare il ventaglio stilistico della band. Quando il grunge diventa un fenomeno mondiale i Mudhoney mettono nero su bianco il loro punto di vista in Overblown, brano incluso nella colonna sonora del famigerato Singles che critica con sarcasmo la sovraesposizione mediatica della loro città.

Mal sopportati alla Reprise, dopo l’album My Brother the Cow, che contiene la velenosa Into Yr Shtik, e l’ottimo ancorché sottovalutato Tomorrow Hit Today, i Mudhoney si sciolgono. Suggello della loro carriera dovrebbe essere l’antologia March to Fuzz del 1999. Dopo tre anni il quartetto è però di nuovo in pista. L’ex Lubricated Goat Guy Maddison ha preso il posto di Matt Lukin al basso. Con la nuova formazione i Mudhoney tornano su Sub Pop e in un decennio pubblicano Since We’ve Become Translucent, Under A Billion Suns, The Lucky Ones (in cui Arm lascia la chitarra per dedicarsi solamente al canto) e Vanishing Point, pubblicato nel 2013. Nel 2012 i registi Ryan Short e Adam Pease hanno realizzato il documentario I’m Now che ricostruisce la storia della band attraverso interviste e spezzoni di video e concerti. Seguono una serie di tour che toccano più volte anche l’Italia.

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