Recensioni

Fu l’album con cui gli uomini dello spazio fecero la loro comparsa sulla Terra. Un inizio banale come a distanza di vent’anni può sembrare la loro formula, magmatico marasma di chitarre-feedback-purezza psichedelica che anela a uno sballo definitivo, benché ben riscaldato al fuoco dei classici del caso.
Eppure si può andare qualche riga più in là. Rianalizzare il motivo per cui di sette brani ben tre sono cover (la mitica Rollercoaster dei 13th Floor Elevators, Mary Anne di Glen Campbell – sic! – e Little Doll degli Stooges). Riuscire ad uscire dal circolo vizioso della teoria che sostiene la pochezza di idee che stava dietro al suono Spacemen 3. Iniziare a tirare le somme per capire l’entità – nella sua fase aurorale – di uno dei progetti che in questi mesi abbiamo più citato.
Sound Of Confusion è il primo capitolo, da cui bisogna passare necessariamente, per pervenire alla maturità Spacemen 3. In un certo senso è il disco della tradizione, il più pachidermico del lotto Spacemen. Lo psych qui è palpabile e puzza del sudore MC5 e Seeds. Epperò l’effetto ottico – incomprensibile negli Ottanta – era di prendere quella musica vecchia e rallentarla ancor di più. Toglierla dal fuoco, per quanto poco già in origine fosse dai confini netti. Il suono della confusione è condizione di possibilità perché sgorghi la ricetta perfetta. Insomma, Sound Of Confusion mette in chiaro i propri debiti ma trasfigurandoli; e come fase uno del decollo espleta il compito di rallentare il garage rock psichedelico texano per rasentare il punto dell’incorporeo cui si arriverà dopo. Ma prima bisogna dichiarare da dove si proviene, e cosa si vuol fare diventare quel materiale alterato per menti alterate.
O.D. Catastrophe è il punto più alto di questa propulsione psichedelica, che lavora sul contrasto tra lentezza/ripetitività del suono e velocizzazione del battito cardiaco. Qui i feedback rasentano la saturazione. Ed erano anni quelli in cui i Jesus And Mary Chain avevano secondo alcuni sguardi miopi abusato della tecnica, al punto che chiunque proponesse simili abrasioni sonore andasse considerato un seguito di quell’esperienza. Tale possibilità sembra assurda oggi, ma ci testimonia una cosa: la totale incapacità della metà degli Ottanta di accogliere una musica a tal punto fuori dal tempo; e, ciononostante, diremmo oggi, così lungimirante…
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