Recensioni

Fuori in digitale a maggio e in formato fisico a luglio, A Steady Drip, Drip, Drip arriva a tre anni di distanza dal più che apprezzabile ritorno degli Sparks con Hippopotamus (dove c’era spazio persino per un featuring di Leos Carax, il regista di Holy Motors che ha diretto il musical Annette scritto proprio dal duo americano e di prossima uscita, interpretato da Marion Cotillard e Adam Driver). Se i tempi sono scuri, i fratelli californiani continuano a verniciarli con tantissimi colori, in gocciolamento costante, vale a dire con arrangiamenti cangianti su brani già di per sé eclettici e sopra le righe. Il marchio di fabbrica resta invariato: testi sagacemente umoristici, art-rock, elettronica retrofuturista e pop barocco si amalgamano in un inconfondibile quadro d’insieme, pennellato in quel di Los Angeles.
Hanno già fatto scuola (e a breve la storia verrà illustrata dal relativo documentario di Edgar Wright), dunque non è necessario esigere dalla premiata ditta Mael altri lavori realmente significativi. L’ascolto scorre via assicurando sempre imprevedibilità e divertimento ma, rispetto al capitolo precedente, affiora un po’ di stanchezza nel rimaneggiare con ludico estro anti-stilemi ormai noti. Dalla acusticheggiante ballad All That alle chitarre glam di I’m Toast o al mood Brit della riflessiva Sainthood Is Not In Your Future, dai tasti imbizzarriti dall’altrimenti melodica Pacific Standard Time alla disco di Left Out In The Cold, dal nonsense scioglilinguistico della semi-bandistica Onomata Pia al parodistico occhio alla modernità di iPhone – al precedente giro di studio, anziché sulla ditta di Cupertino, si ironizzava sull’Ikea – o alla fischiettabile schizofrenia di The Existential Threat, la fruizione non dà grandi scossoni e, anzi, ci restituisce i due veterani, troppo originali per potersi trasformare in semplici caricature di se stessi, esattamente per i pregi che ben conoscevamo. Neppure i singoli sinora estratti, Self-Effacing e il più datato Please Don’t Fuck Up My World, lasciano segni indelebili.
Si fanno probabilmente ricordare, in primis, i coretti ipnotici di Lawnmower e il ritornello da teatrino impazzito di Stravinskly’s Only Hit, a collegarsi alle migliori e più destabilizzanti trovate dei Settanta. Ribadiamo però che stiamo parlando di un campionato tutto loro, brillante anche quando non fa scintille: continuare a seguirlo è d’obbligo.
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