Recensioni

«Something to tell you but now I forget, probably nothing». Così si apre, su note di pianoforte e con Probably Nothing (quasi una vera e propria intro), il ventitreesimo album del duo americano. Non contando l’ultima sortita sulla lunga distanza, risalente al 2015, in coppia con i Franz Ferdinand: FFS, quasi sottovalutato nel suo essere una fucina di singoli energici, immediati, semplicemente contagiosi. Russell e Ron Mael non stravolgono di certo adesso la loro formula di pop barocco, art-rock, glam e accenni disco, quella formula entrata subito nella storia con il primo disco in duo, Kimono My House del 1974, e confermata con l’immediatamente successivo Propaganda, ma in fondo non sempre celebrata quanto avrebbe meritato a livello di critica, forse per ritrosia del popolo underground nei confronti degli eccessi quando filo-operistici, quando meravigliosamente kitsch, della premiata ditta (mentre il mainstream li strattonava tra posizioni raggiunte spontaneamente in classifica e mire di successo nutrite dalle case discografiche). Non la stravolgono di certo, perché non ne hanno alcun bisogno, e da dire ne hanno eccome. Molti hanno imparato da loro, per fortuna senza poterli direttamente emulare (citiamo i Fiery Furnaces come migliori allievi in assoluto, perché capaci di essere a loro volta originali).
Hippopotamus non fa che confermare per l’ennesima volta gli inconfondibili pregi dei fratelli californiani, freakettoni amanti dello stile british e della destabilizzazione di stampo punk: testi umoristici, sagaci e ricchi di immagini, melodie a presa rapida, ricchezza strumentale in navigato controllo (sintetizzatori, archi, clavicembali, ecc), continui cambi di direzione che rendono le quindici tracce in scaletta a loro modo sopra le righe e imprevedibili, per quanto di nuovo inequivocabilmente pop, al netto di ogni divagazione avanguardista. Un sacco di apparente nonsense dietro al quale si celano tantissime intuizioni, tanta sostanza. Come da copione.
Ci si diverte, tuttora. Basta leggere titoli come Missionary Position o Scandinavian Design (dove, sì, si parla davvero di Ikea), When You’re A French Director (corpo anomalo in scaletta per via delle sue nuance bandistiche, in compagnia, ovvio, del regista francese Leos Carax) per schiacciare “play” e trovarsi risucchiati in un gorgo di orecchiabilità intelligente, fresca (o atemporale). Si citano Edith Piaf e la moglie di Abraham Lincoln: avviene rispettivamente nella danzereccia Edith Piaf (Said It Better Than Me) e nel musical sotto forma di canzone di So Tell Mr Mrs. Lincoln Aside From That How Was The Party?. Nel menù: da una parte la new wave schizofrenica che aveva trainato anche la succitata collaborazione con i quattro scozzesi (Giddy Giddy, la title track scelta come estratto apripista), dall’altra gli episodi più teatraleggianti (What The Hell Is This Time?, Bummer), infine le ballate di chi la sa lunga (Unaware, I Wish You Were Fun). Una sforbiciata non avrebbe guastato, perché nei minuti conclusivi l’attenzione cala per eccesso di zelo e/o stucchevolezza, ma alla fine non si butta via quasi niente. «There’s a hippopotamus, a hippopotamus, a hippopotamus in my pool / How did it get there?». Qualcuno deve aver fatto lo spiritoso potendoselo permettere: il giochino di prestigio riesce ancora alla grande. Unici, specie protetta.
Amazon
