• Set
    07
    2018

Album

Fat Possum

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Signore e signori stiamo ancora fluttuando nello spazio… E nel tempo, perché no. Nel 2018 ho messo per sbaglio il disco del 1997… No, aspetta, è quello giusto… (alzi pure la mano chi ha pensato lo stesso – mi sa che non sarò da solo… Il motivo di tanto spaesamento è A Perfect Miracle, il brano iniziale di And Nothing Hurt. Ha un po’ (tanto) il sapore del déja vu: la melodia molto dolce, quasi una filastrocca cullata su questi accordi di banjo, ricorda l’incipit omonimo di Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space, gran lavoro che è un po’ la croce e delizia di Jason Pierce, oltre che l’inevitabile termine di raffronto per questa sua opera nuova (in questo non facciamo eccezione neppure noi). Se non altro perché l’ha riportata sui palchi durante i sei anni trascorsi dal disco precedente, Sweet Heart, Sweet Light.

Non meno una croce, a sentire Jason, è stata la lavorazione di And Nothing Hurt. Voleva un suono grandioso ma ha dovuto fare tutto in casa con un computer e ammette candidamente che ci ha perso la testa. Come sempre del resto quando si tratta di fare uno dei suoi dischi. Sempre alle prese questa sua chimera di canzone-tutto, trascendentale-ma-melodica. E i pezzi nuovi sono così, possono sembrare semplici in partenza ma immancabilmente lievitano e si aprono fino a diventare mini-sinfonie “da camera” (doppio senso, wow).

Tanta fatica da parte dell’autore, ma non si percepisce da come il disco scorre che è un piacere. La cameretta psichedelica nel canale audio è diventata un cinema sonoro che contiene forse più America che Inghilterra, evoca tante memorie e immagini, di soul d’altri tempi con movenze di valzer (I’m Your Man), di country-gospel come Here It Comes (The Road) Let’s Go con Cat Stevens e la Band che fanno ciao ciao dai cassetti, di Brian Wilson che si affaccia dalla finestrella di un pezzo, Let’s Dance, che non sarebbe dispiaciuto affatto né ai Magnetic Fields, né ai Mercury Rev di qualche tempo fa – o di adesso.

Ma è pur sempre un disco di “J Spaceman”, e infatti in On the Sunshine squillano i fiati e decollano le chitarre distorte. Il rock and roll dilatato di The Morning After è altra goduria sonica, tra Velvet Underground, Rolling Stones e poi di nuovo Velvet: una voce impenitente e imbambolata alla Lou Reed, un ritmo kraut&roll da cui si sfilano cori gospel e assoli striduli di chitarra e sassofono. Sail on Trough è al contrario la sublimazione finale di tanti pezzi dolci e melodici: un perfetto finale. Si rimprovererà forse a And Nothing Hurt di essere un disco di maniera. Ecco, se fossero tutti così i dischi di maniera, noi non avremmo nulla in contrario per principio.

11 Settembre 2018
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