Recensioni

A quattro anni dall’ultimo disco – passati a curare progetti alternativi (Britt Daniel ha collaborato con i Divine Fits) o attività collaterali (Jim Eno ha lavorato come produttore artistico) – gli Spoon tornano con un disco “spoonish” fino al midollo. Quando si parla della band di Austin, infatti, il punto centrale del discorso è sempre lo stesso, e riguarda il perfezionismo che la caratterizza quando entra in sala di ripresa: il chiacchieratissimo Ga Ga Ga Ga Ga era un sunto di buone canzoni e tricks da studio di registrazione, talmente efficaci da spedire la formazione ai piani alti della discografia indiepiùqualcosa e da fossilizzarne la personalità musicale nell’immaginario comune; il successivo Transference mostrava invece come la produzione dei Nostri, anche asciugata da tutta la sovrastruttura e dagli orpelli, fosse capace di reggersi bene sulle proprie gambe (se non di spiccare ancora di più), pur non convincendo a tutte le latitudini.
They Want My Soul ripropone il solito dilemma: meglio gli Spoon “ingrassati” a suon di effetti, overdub e echoes o meglio quelli più elementari? Difficile rispondere. Certo è che il Dave Fridmann coinvolto nella produzione del disco dà più di un indizio sulla direzione intrapresa da alcuni dei dieci brani in scaletta, anche se aspettarsi dagli Spoon sbandate flaminglipsiane (visti i trascorsi di Fridmann) sarebbe quantomeno poco realistico. Il contributo del produttore (qui in co-abitazione con un Joe Chiccarelli già al lavoro con gli Strokes e tutt’altro che marginale) lo si evince più da qualche synth onirico piazzato in punti strategici (Inside Out), da certe chitarre tremolanti (Rainy Taxi) e da un mix decisamente compresso e “in primo piano”, più che da una vena sperimentale e psichedelica aliena. Insomma, niente di destabilizzante, anche se le dinamiche nate in studio tra gruppo e produttore devono essere state qualcosa di intrigante, viste certe dichiarazioni dei musicisti reperibili in rete (Jim Eno a NPR: “[il nostro rapporto con Fridmann] potrebbe essere sintetizzato in questi termini: ‘pensi che questo suono sia troppo distorto?’ Lui risponderebbe: ‘sono la persona sbagliata a cui chiederlo‘”).
Nonostante le premesse, l’ottavo disco del gruppo americano è un album à la Spoon in tutto e per tutto, senza grossi rischi e senza impennate verso estremismi sonori di sorta. C’è il solito groove impeccabile – a titolo di esempio, valga il giro di basso che ammicca al testo base Gimme Some Lovin’ in Rainy Taxi – e c’è quel soul bianco e ruvido da sempre tratto distintivo della voce di Daniel (la cover quasi coraliania/lennoniana – non a caso ripresa anche dai Beatles – della I Jus’t Don’t Understand cantata in origine da Ann Margret è esemplare, in questo senso), ma soprattutto c’è una scrittura che non è mai meno che buona. Certo, rimane l’impressione che la band abbia concesso non poco alle aspettative di pubblico, radio e certa critica – piattezze Libertines/Strokes come Do You o They Want My Soul lasciano il tempo che trovano – barattando l’immediatezza ricercata dell’episodio precedente con un suono paradossalmente più rassicurante e riconoscibile. Nulla di scandaloso, per un disco che funziona pur senza stupire.
Amazon
