The Libertines (UK)

Biografia

Il mito di una nave chiamata Albione in viaggio per Arcadia. La storia dei Libertines, iniziata nel 1997 nel tumulto del garage rock, revival dei 90s per poi esplodere fragorosa in risposta al post-punk americano dei primi anni 00s (Strokes in primis), è sembrata fin da allora più una biografia non autorizzata di un travagliato gruppo rock anni ’70, che l’avventura di uno dei tanti fenomeni arrivisti usa e getta del rock. E come ogni nuova mitologia rock’n’roll che si va ad aggiungere agli annali del genere, l’avventura di Pete Doherty e del co-frontman Carl Barât non ha nulla da invidiare a quelle di alcuni eroi di 20 o 10 anni prima come i Jam di Paul Weller o i Vaselines amati da Cobain.

Come ogni formazione nata sulla cresta del revival del proprio periodo ma animata da una scrittura solida e da un’identità precisa, il gruppo è riuscito ad accendere la miccia almeno con l’indimenticabile esordio, Up The Bracket, un disco di chimica e spavalda gioventù, slabbrato e sguaiato, ma anche intimo, imperfetto e nondimeno inimitabile, costruito fin dai tempi della scuola. Sballata, insonne e ossessionata, l’ennesima coppia creativa del rock cammina su una corda sospesa di rock’n’roll, garage, punk, pop e vaudeville con passo impavido e straccione, come uscita da un teatro di Londra ma ancora sotto l’effetto di un cocktail di crack, morfina e cocaina.

Al di sotto delle vicende da rotocalco – con Doherty a sottoporre la band ad ogni sorta di peripezie – e i conflitti con l’amico/rivale Barât ad acuirsi assieme a fama e successo, la fiamma dei Libertines durerà il tempo di incidere un secondo omonimo album, sempre prodotto da Mick Jones dei Clash, che confermerà, in veste più morbida e melodica, le qualità del promettente debutto; storia già sentita almeno quanto quelle raccontate fin qui, eppure la band è già entrata nella Storia, così come l’esordio a nome Babyshambles, a buon titolo, saprà scrivere almeno un altro paio di classici di finissima fragranza rock come Down In Albion e Fuck Forever. Qualche anno più tardi, nel 2010, i Libertines tornano in veste di live band tra cachet da grandi star e il plauso dei fan che, nel frattempo, li hanno eletti a eroi generazionali, mentre nel 2014 la firma con Virgin Emi è la premessa a un ritorno discografico.

Incontratisi grazie all’intercessione di Amy-Jo Doherty, la sorella più vecchia di Peter, Peter Doherty e Carl Barât si conoscono tra le mura di un appartamento di Richmond nel southwest londinese nel 1997, quando sono entrambi studenti universitari – il primo frequentava un corso di lettere alla Queen Mary e il secondo recitazione alla Brunel di Uxbridge. Persi nella scrittura, i due abbandonano presto gli studi per trasferirsi a Camden Road in un appartamento soprannominato “The Delaney Mansions”.

Nascono – assieme al coinquilino Steve Bedlow, noto con il nomignolo di “Scarborough Steve” – prima gli Strand, ma presto il nome viene sostituito da The Libertines, in omaggio ai libertini del romanzo incompiuto di De Sade, Le 120 giornate di Sodoma. Tra le ragioni sociali viene considerata anche quella di The Albions, un omaggio alla mitologia condivisa dei due songwriter che fa riferimento a una omonima nave (Albione è anche il nome antico con il quale veniva chiamata l’Inghilterra) in rotta per Arcadia. Con l’ingresso del bassista Johnny Borrell (sostituito in corsa da John Hassall) e Paul Dufour alla batteria, il quartetto è completo e inizia a provare alla Mansion casalinga, tra i primi concerti e il Whiskey Cafe a Islington dove Peter fa anche il barista; Roger Morton, preferito al più scafato John Waller, viene scelto dal gruppo come manager. Il rapporto naufraga nel giro di qualche mese, ma chiusa una porta per i Libertines si apre un portone. Banny Poostchi, un avvocato per la Warner, offre il suo aiuto a Hassall e Dufour e, grazie a lei, il quartetto incide nel 2000, Legs XI, un demo di 8 tracce che successivamente diventerà un bootleg di culto presso i fan. Anche qui però le strade sembrano separarsi, e di fatto la separazione avviene, dato che a dicembre dello stesso anno la band non ha ancora un contratto discografico.

Con il successo planetario degli Strokes tutto però torna in partita. Poostchi pianifica un contratto con Rough Trade nel giro di sei mesi (il cosiddetto piano A) e fa cacciare Dufour per motivi legati all’età (“era troppo vecchio”). Con il nuovo batterista Gary Powell in formazione, Barât e Doherty scrivono il grosso delle canzoni che finiranno nel debutto. Dopo un disguido in un primo showcase a ottobre 2001 (Borrell era andato in tour senza avvertire i compagni), il manager James Endeacott (ex Rough Trade) combina una session con presenti i boss della label, Geoff Travis e Jeanette Lee, che porta, a dicembre, alla stipula del contratto. Hassall verrà richiamato su espressa richiesta di Doherty e Barât, tuttavia a lui e a Powell verrà detto informalmente di stare nelle retrovie, dato che il baricentro della band ora è fortemente nelle mani – e nelle penne – dei due chitarristi. Nel frattempo, la nuova residenza comune si chiama The Albion Rooms ed è al 112a di Teesdale Street a Bethnal Green, un appartamento che diventerà sede di eccessi, concerti improvvisati (le guerilla gigs) e la base operativa per le session che daranno vita al primo singolo, What A Waster / I Get Along, prodotto dal chitarrista degli Suede Bernard Butler.

Preceduto da alcuni concerti di spalla a Strokes e Vines, il singolo, pubblicato il 3 giugno 2002, catapulta i Libertines sulla copertina di NME, al 37° posto nella UK Singles Chart, ma soprattutto, lancia la band come l’alternativa brit al gruppo di Casablancas. La conseguenza più diretta sarà un’agenda booking stipata con oltre 100 ingaggi, comprese spalle di lusso come quella ai Sex Pistols e Morrissey.

Durante l’estenuante tour che realizza una tanto agognata vita da rockstar, la band fa uscire un secondo singolo, Up The Bracket, e, di filata, un album con lo stesso nome. Up The Bracket, pubblicato il 14 ottobre 2002, prodotto dal Clash Mick Jones e registrato ai Rak Studio, non sfonda in classifica (35° posto nella Uk Album Chart) ma verrà considerato negli anni seguenti come un masterpiece degli anni 2000. Antonio Puglia, in sede di recensione, ne parla nei termini di “una successione quasi didascalica” a base di melodie in odore di Beatles, boogie Stooges (Vertigo, Death on the Stairs), wave-pop di scuola Smiths e primissimi Cure (Horrorshow, Time for Heroes), la lezione dei Kinks filtrata da quella dei Jam, il tutto caratterizzato dall’attitudine punk’n’roll del produttore (più che evidente nella title track, in The Boy Looked at Johnny e in I Get Along).

Nel frattempo, tra Pete Doherty e Carl Barât è ufficialmente nata una crisi che porterà due anni più tardi alla fine della band. Già dalla fine del 2002, Barât aveva lasciato l’appartamento di Albion Rooms mentre l’abuso di stupefacenti di Doherty – un misto di crack, cocaina ed eroina – producono anche scritti – il Books of Albion, una collezione di poesie e pensieri – e post su internet (sotto il moniker di “heavyhorse”) che non fanno che gettare benzina sul fuoco. A maggio del 2003, la band, in tour promozionale negli Stati Uniti, registra a New York le Babyshambles Sessions, incidendo quelle che saranno le future produzioni di Libertines e della nuova band di Doherty chiamata appunto Babyshambles. In uno dei brani registrati, The Good Old Days, i due songwriter dichiarano la propria devozione alla band, facendo riferimento al tatuaggio che realmente entrambi si faranno sul braccio con la scritta “Libertine” (uno scatto della seduta di tattooing finirà nella copertina del secondo album). Il gesto però rimane soltanto simbolico: Barât, disperato (ma anche morbosamente ossessionato) dagli eccessi dell’amico, lascia lo studio, lasciando Doherty a completare le session da solo, con quest’ultimo a dare successivamente istruzioni alla fan Helen Hsu di pubblicare le registrazioni gratuitamente online.

Ritornata a casa, la coppia continua per strade parallele. Pete lancia guerrilla gig senza Barât e Barât incide il nuovo singolo Don’t Look Back Into The Sun praticamente da solo, con l’aiuto di Butler alla produzione. Anche il tentativo di Doherty di alleviare le tensioni attraverso un party di compleanno organizzato in onore dell’amico finisce malamente. Barât, impeganto in un’altra festa, non si presenta, lasciando un furioso Doherty suonare da solo al suo party di compleanno. Il gesto non rimane impunito. Il chitarrista si rifiuterà di partire per il tour europeo dei Libertines e la band, per mantenere gli impegni, è costretta ad assoldare un turnista per eseguire le sue parti di chitarra.

Con il gruppo in Giappone per completare le date programmate, nascono i Babyshambles come risposta solista di Doherty che, nel frattempo, s’intrufola in casa di Barât svaligandola. Al ritorno della formazione in patria, il chitarrista verrà arrestato con l’accusa di furto e dovrà scontare una pena di 2 mesi di reclusione alla prigione di Wandsworth. Nel frattempo, durante l’estate, il citato singolo raggiunge la posizione più alta mai raggiunga della band (11° nella single chart) e la band, richiestissima, suonerà con il chitarrista Anthony Rossomando (poi nei Dirty Pretty Things) il live al Reading Festival. Pete verrà rilasciato dal carcere a ottobre, riportando la serenità per qualche mese nei Libertines con una serie di acclamate date: prima con il reunion show in un pub di Chatham (nel pub Tap’n’Tin – Gig Of The Year secondo NME) e poi con due triplette di sold out al London Forum (dicembre) e alla Brixton Academy (marzo 2004). In quel periodo Alan McGee, figura di culto dietro alla conduzione della Creation e al successo degli Oasis, sostituisce Banny Pootschi nel management del gruppo e, dopo un periodo iniziale, anche per le session in studio si registra un avvicendamento: al Bernard Butler mal digerito da Doherty alla produzione, subentra il sodale Mick Jones.

Quando l’album omonimo viene pubblicato, il 30 agosto 2004, anticipato dall’autobiografico singolo Can’t Stand Me Now, la band è tecnicamente già sciolta. Doherty, dopo aver precedentemente scritto per l’amico Peter “Wolfman” Wolfe il brano For Lovers (7° posto nelle single chart britanniche ad aprile) entra ed esce dai centri di riabilitazione (al Priory prima, in Tailandia poi), mentre Barât presiede una serata all’Infinity Club nel West End chiamata Dirty Pretty Things dove i quattro, a giugno, suonano un’ultima volta assieme dal vivo. L’ultimo concerto ufficiale dei Libertines, senza Doherty, avviene il 17 dicembre 2004 a Parigi, dopodiché Barât, che non intende continuare senza l’amico/nemico, scioglie la band.

I Libertines torneranno cinque anni più tardi annunciando ufficialmente la reunion, almeno in veste live, il 29 marzo del 2010, giornata in cui vengono ufficializzati alcuni concerti tra cui il Reading and Leeds Festival. Due giorni dopo, Doherty e Barât improvvisano un concerto al Boogaloo pub dove la band ha pianificato la prima conferenza stampa ufficiale in sei anni. La reunion segue la pubblicazione di un best of nel 2007 Time for Heroes – The Best of The Libertines e un periodo di progetti solisti per Doherty e Barât con il primo a pubblicare 2 album a nome Babyshambles (Down In Albion e Shotter’s Nation) e uno a suo nome come Grace/ Wastelands, e il secondo, specularmente, due lavori a nome Dirty Pretty Things (Waterloo to Anywhere del 2006 e Romance at Short Notice del 2008) e uno solista con l’omonimo Carl Barât.

Nuovi segnali di vita arrivano dopo alcune positive dichiarazioni dei songwriter riguardo al futuro della band. Il 20 aprile del 2014 un poster di Hyde Park, pubblicato sulla fanpage del gruppo, anticipa il concerto che la band terrà il 5 luglio come headliner di una serie di concerti targati Barclaycard British Summer Time. Seguono altre date ad importanti festival come il NOS Alive di Lisbona, il FIB spagnolo e, se la formazione non riesce a presenziare a Glastonbury 2014, di fatto, con le 10 date programmate in Europa, si tratta del primo tour in 10 anni.

A coronamento del ritrovato affiatamento, il 5 dicembre 2014, a Ko Si Chang, un’isola della Tailandia non lontana dal luogo in cui risiede un Doherty (per l’ennesima volta) in riabilitazione dalla droga, la formazione annuncia la firma di un contratto con una major, Virgin EMI Records. “Le vele di Albione sono di nuovo in rotta, e non potrei essere più eccitato”, dichiara Barât riferendosi alla saga di Albione che lo lega all’amico dai tempi dell’Università.

Circa sei mesi dopo, a luglio 2015, a ridosso della data italiana al Fabrique, i Libertines annunciano il loro nuovo album. Intitolato Anthems For Doomed Youth, il disco viene pubblicato il 4 settembre anticipato da Gunga Din, brano già proposto dal vivo al Best Kept Secret Festival e a Glastonbury.

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