Recensioni

Chissà quale diavoleria si sarà inventato Tom Jenkinson per suonare l’intera tracklist di questo nuovo album direttamente in take one, al volo e senza sovraincisioni. Per Ufabulum, aveva pensato a un disco fatto di suoni in stretta correlazione con le immagini, ed era stato progettato anche un software per facilitarne la sinestesia (e uno show che completasse quell’esperienza con tanto di casco con scermo led); qui abbiamo sostanzialmente gli stessi ingredienti soltanto suonati con un approccio più muscolare e diretto, pur sempre basato su melodia e aggressione ritmica, ma con mano più libera.
Come in ogni album di Squarepusher non c’è mai uno stacco netto tra un disco e l’altro, piuttosto tra una triade di dischi e quella successiva (una Dark Steering, per dire, avrebbe potuto trovare posto anche qui). Basso slap a parte, conclusa l’esperienza coi robot (a pensarci, l’ennesima delle sue incursioni one man band), rimangono tutti gli ingredienti di cui il Nostro è abile miscelatore, quali funk, fusion e jazz cubista, spremuti da lamiere electro, breakbeat radioattivi e synth che a volte possono acquistare minacciose arie da overture, rotonde videoludiche pop o mettersi in sfondo cinematico come la vecchia tradizione Warp comanda.
Ad essere messo da parte, però, è tutto un portato di zavorre prog-sinfoniche, un aspetto non di poco conto. Rayc Fire 2, uno dei brani che hanno anticipato il disco, è esemplare della diversa angolazione con la quale le tracce di Damogen Furies si presenteranno in cuffia, ovvero con avvitamenti di funk ed electro cartoon ad inseguirsi in libertà sul solito, funambolico, platform sonico, oppure attraverso dialoghi meno deragliati tra jazz e pop (Kontenjaz), o magari (ri)allineati tunnel acid strattonati da intermissioni industriali “alla pulsantiera” (Kwang Bass).
Conseguenza più diretta del nuovo approccio alla materia non è, come afferma Squarepusher, un disco brutale e allucinatorio che spinge al limite la visceralità insita nella musica elettronica («Through this record I aim to explore as forcefully as possible the hallucinatory, the nightmarish and the brutally visceral capacities of electronic music») ma un ottovolante videoludico non troppo pericoloso (Stor Eiglass), dove puoi goderti la vertigine ma anche alcune aperture panoramiche, una “sprezzemolata junglista” più incisiva e “in chiaro” e – perché no – pure qualche contatto umano sotto forma di ironia (che ha sostituito i feroci sarcasmi 90s, vedi Aphex Twin, Venetian Snares e lo stesso Squarepusher).
In pratica, diversamente da Syro, arriva prima il gioco dell’adulto capace di frenarsi dallo strafare che l’ingegneria, lo sfoggio di macchinari e le strategie multimediali e, giunti a questo punto, è un ottimo risultato per chi ascolta e per un musicista in grado di suonare con rinnovata verve in mezzo a uno stratificato background di influenze compositive; un uomo che comprende il grado di storicizzazione dei suoi idiomi e non se ne fa condizionare. Alla faccia delle retromanie.
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