Recensioni

Il concerto romano di St. Vincent è stato uno spettacolo nel senso più esaustivo del termine. Lo show al Parco Della Musica, nella piccola e raccolta Sala Sinopoli (mentre a fianco si svolgeva una serata jazz), è simbolo estremo della consacrazione di Annie Clark ad assoluta showgirl ed artista impeccabile, nonostante la seconda qualità fosse già nota a tutti, specie con la pubblicazione dell’omonimo album.

St. Vincent ha incantato i presenti, un migliaio circa, mettendo in scena sofisticate qualità teatrali e un’esecuzione efficace. Questa ragazza dai bizzarri capelli grigi e dal vestito improbabile, è capace davvero di tutto. Sa suonare, ballare, ha un’indiscutibile capacità oratoria, un factotum della musica. Si presenta sul palco accompagnata dalle tastiere digital funky di Rattlesnake, e già ammutolisce tutti con quell’aplomb da trasformista navigata, dalla voce angelica e la tecnica sopraffina. Nel mentre, quasi fosse secondario, è pulitissima nel cantato, coadiuvata da una band che sa il fatto suo e che riesce a replicare perfettamente il materiale da studio. Annie ha anche la faccia tosta di perdere minuti interi a fare monologhi rivolti alla platea, parlando sì di argomenti scontati e non proprio originali – come la forza dei sogni a cui non dobbiamo rinunciare per nessuna ragione al mondo, o le fantastiche esperienze che sanno darti i viaggi in giro per il mondo, quando preparando la valigia non sai mai cosa aspettarti dal futuro – ma con naturalezza estrema. La sua parlata è lenta, la gestualità esasperata, come quella di noi italiani (e infatti sottolineerà anche il nostro particolare modo di muovere le labbra durante la risata).

Il magistrale gioco di luci è la cornice di tutta la sua eleganza: ne mette in risalto i lineamenti del viso, lontano da quella sensualità sfacciata e un po’ fastidiosa di tante prime donne dello showbiz; la fa sembrare una bambola di latta con un bianco appena sfumato e un efficace movimento di ombre, ma soprattutto l’accompagna nello stacco tra Prince Johnny e Birth In Reverse, quando la Nostra si stende supina sui tre gradini rosa giganti usati come scenografia, scendendo lentamente e accompagnando la discesa con movimenti da perfetta ballerina del Moulin Rouge. Un momento di estasi collettiva seppur silenziosa, con gli occhi fissi sull’artista di Tulsa, una che ne ha fatta di strada dal lontano 2007, quando diede vita al debutto Marry Me.

Eppure non le basta, vuole di più, e durante la coda noise di Your Lips Are Red, con un carisma che molte colleghe più gettonate (?) dovrebbero annotare sul taccuino, va a prendersi di forza l’abbraccio del suo pubblico, scendendo dal palco e percorrendo con la chitarra tutto il perimetro della location, nel visibilio più totale. Questo non era il concerto di Annie Clark, ma la rappresentazione di St. Vincent nella sua perfezione.

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