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Anticipato dal pregevole e promettente EP Mirror, uscito in estate, che conteneva appena tre tracce, la title track e relativo remix ad opera della tedesca Perel, e l’interessantissima electro tridimensionale di I’m Really Sorry That Has Never Happened Before, l’omonimo album di debutto del compositore elettronico conferma la sensazione di trovarsi di fronte a un vero talento. Cresciuto musicalmente al Mills College di Oakland, dove ha avuto la possibilità di studiare con Pauline Oliveros e Fred Frith tra gli altri, prima di lavorare addirittura come assistente per niente di meno che il leggendario Don Buchla, Stefan Smith ha poi scelto la label francese Sapiens per la propria arte, chiarendo così la direzione più techno che aveva intenzione di percorrere: non è un caso dunque che, sin dai primi ascolti, i nove brani di questo esordio suonino come l’ipotetico trait d’union tra l’Oneohtrix Point Never più plastico e austero e le più recenti architetture in quattro quarti sviluppate tra Detroit, Berlino e una sempre più centrale Parigi.
Evidenziano questo bipolarismo stilistico già le prima due tracce: apre il disco infatti il drone elettronico che si evolve per micro-variazioni di Figure In A Landscape e subito dopo seguono le geometrie cristalline e frastagliate di Chimera. E se l’onirica e già edita Mirror ci aveva colpito nell’EP estivo (con la rielaborazione firmata Perel che suonava ancora più straniante e massiccia), sono gli oltre tredici minuti della cosmica Zone (3) a rappresentare il vertice della tendenza più avanguardista di Smith, mentre riguardo a quella più fisica e dance-oriented si contendono lo scettro la spigolosa Ghosts e la conclusiva e claustrofobica All Strange Away.
Completano l’opera una Vestige dalle tinte ambient ed eteree e il downtempo alieno di Jupiter (606) ed Embers: tasselli che allargano la poetica del producer e compositore californiano, lasciando intravedere schegge di un possibile futuro ancora più luminoso, eterogeneo e convincente.
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