Recensioni

Il 1959 è un anno importante per la musica. Escono Kind Of Blue e The Genius Of Ray Charles, per dire. Inoltre, debutta con Please Please Please un tale di nome James Brown, e scusate se è poco. Ci si preparava a fare sul serio, insomma, con i formidabili 60s oramai alle porte. Era così anche dalle nostre parti, dove se è vero che a monopolizzare l’attenzione pensò Mimmo Modugno aggiudicandosi nuovamente Sanremo con Piove – dopo avere strapazzato gli avversari (e l’idea stessa di canzone all’italiana) l’anno precedente con l’epocale Nel blu dipinto di blu – uno degli avvenimenti più importanti fu l’inizio della rilevazione dei volumi di vendita dei dischi. Questo coincise – verrebbe da dire ovviamente – con la nascita delle classifiche, inizialmente limitate a quelle dei singoli (già a 45 giri, che proprio nel ‘57 avevano effettuato il sorpasso sul più scomodo formato a 78 giri).
Ecco, è da qui che parte il lavoro di Stefano Cilio, che ha avuto la buona idea di raccogliere tutti i dati disponibili sulle classifiche di vendita italiane, di organizzarli in modo da renderli omogenei rispetto ai cambiamenti anche profondi occorsi in quasi sessant’anni (metodi di rilevazione, trasformazione del supporto, liquefazione del supporto…) e ha quindi calcolato quali canzoni se la siano cavata meglio, arrivando così a scremarne duecento. In pratica, se ho capito bene il procedimento, a ognuna ha assegnato un punteggio legato alle settimane di presenza in classifica, conferendo maggior valore alle settimane passate al primo posto.
Il risultato è opinabile quanto volete, ma è un punto di vista non privo di interesse, uno spaccato, un carotaggio che affonda nel profondo dell’immaginario collettivo con una certa oggettività – come dire – algoritmica. Ok, ci sono diversi rospi da mandare giù, a partire dal primo posto – ottenuto addirittura per distacco – della deprecabile I bambini fanno oh di Povia (e scusate lo spoiler, ma ci tenevo a prepararvi). Tuttavia, una volta digerito il boccone, ti accorgi che si tratta di una fotografia attendibile dello stato delle cose passate, presenti e ahinoi future. Cilio non si sbilancia, concede a ognuna delle prime cento canzoni una pagina con dettagli, storia e aneddoti, fornendo per così dire rilievo a questa mappa che è sì costellata di orrori – dalle Las Ketchup agli Ace Of Base, da Don Omar al Francesco Salvi di Esatto… – ma che pure enumera pezzi pregiati come gli Underworld, i Daft Punk nonché ovviamente e abbondantemente Lucio Battisti.
Questo curiosare alla ricerca di qualità “consolatoria” è però un’attività abbastanza gratuita. Più interessante è verificare la mutazione dei gusti nel tempo: la sezione dedicata a tutti i numeri uno anno per anno è infatti un autentico viaggio nella metamorfosi del gusto, dagli “urlatori” che scalzano via via il bel canto italiano alle impollinazioni beat, dalla spallata di Battisti alle incursioni delle sigle TV che anticipano l’egemonia del videoclip, col conseguente allargarsi dell’orizzonte e l’ingresso sempre più massiccio di musica internazionale (rap e latina) cui negli ultimi anni tra i “nostri” oppongono “resistenza” solo i variamente effimeri interpreti sfornati dai talent show.
Mezzo secolo di ritornelli è quindi un oggetto interessante, un manuale da consultazione, uno strumento d’indagine, ma anche uno specchio impietoso sul mutare del nostro rapporto con la musica che gira intorno, come cantava quel tale.
Amazon
