• ott
    07
    2014

Album

Paradise Of Bachelors

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Steve Gunn e la label americana Paradise of Bachelors ci hanno preso gusto a pubblicare dischi insieme: era già capitato con il fortunato Time Off del 2013 e ora accade con questo nuovo lavoro dal titolo Way Out Weather. Che, diciamolo subito, ha già entusiasmato gli addetti ai lavori del Washington Post e di Pitchfork, e a ben vedere, anche noi. Qui si tratta di rielaborare con eleganza e consapevolezza il patrimonio del folk rock psichedelico marcato Sixties: un’impresa non facile dove si rischia di deragliare o finire nei meandri della mera celebrazione. Invece Steve Gunn, già in passato chitarrista con i Violators di Kurt Vile, mostra una matura consapevolezza della materia e allo stesso tempo una mano sapiente nella scrittura. Va a finire così che nel corso dell’ascolto si ritrovano echi di Red House Painters, Grateful Dead, The Band e di tutta la scena folk-acida annessa e (s)connessa.

Ci sono piccoli gioielli derivati direttamente dal passato come Wildwood o Milly’s Garden (che è anche il primo singolo estratto), dove la gentile vena melodica è tanto sviluppata quanto lo sono le radici affondate nel genere e nel periodo storico di riferimento. Con la successiva Shadow Bros sembra di sentire Chris Robinson dei Black Crowes nelle sue sperimentazioni soliste, anche se la voce è totalmente differente; qui vengono preferiti registri più bassi e soprattutto la grana del cantato rende il brano appartenente a un altro universo, decisamente estraneo a quello del noto soul rock singer. Siamo comunque ancora nei territori di un delicato folk cosmico che arriva da lontano.

Way Out Weather è diviso in due lati, A e B. La seconda parte si apre con la morbida ballata Fiction che riporta a un più sognante Elliott Smith e presenta aperture compositive di impatto, pur se leggermente derivative nei confronti della tradizione: ma tutto torna e il cerchio si chiude senza una sensazione di stridore. Dopo un solido viaggio in Alabama con Drifter, c’è spazio per il momento più sospeso ed etereo dell’intero disco, vale a dire un’Atmosphere di nome e di fatto. Anche i Doors vengono prepotentemente chiamati in causa (anche nell’interpretazione) con il brano di chiusura Tommy’s Congo, voce sciamanica che si staglia su una base tribale, acida e onirica.

Il tempo dell’ascolto passa velocemente e alla fine resta la voglia di far ripartire il disco e abbandonarsi alla calibrata genuinità dell’artista, che è riuscito nell’intento di realizzare un album allo stesso tempo di personalità e con radici ben piantate nell’immaginario scelto come cornice.

1 Ottobre 2014
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