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La corsa per il benessere sembra una prerogativa del popolo americano fin dalle sue origini. Il bisogno costante di arricchimento, quasi sempre a svantaggio di altri, è parte integrante di un sogno nazionale esportato ovunque nel mondo ma ancora “tipico” di una cultura basata unicamente sul profitto e sul raggiungimento di nuovi limiti. Sarà per questo che l’America viene spesso descritta come il più grande paradiso fiscale del mondo, ovvero il luogo dove non esistono benefattori ma solo ricchi capitalisti pronti ad approfittarsi dei poveri e sostenuti da un sistema politico e legale che non li ostacola, anzi, li supporta senza condanna. E se il compito dei media è denunciare, quello dell’arte dovrebbe essere ricordare, scuotere le coscienze, motivare una discussione continua nel tempo (lo stesso che insabbia e passa avanti, perché un nuovo scandalo è dietro l’angolo pronto ad occupare le prime pagine).

Di forte impegno civile è il cinema di Steven Soderbergh, con le sue storie di vita reale mascherate da film di genere (vedi la lotta della precaria Erin Brockovich, il colpo grosso della serie Ocean’s, il riscatto degli outsider de La truffa dei Logan), come dichiara anche Panama Papers (The Laundromat), il film che cerca di spettacolarizzare la cronaca degli eventi legati ai cosiddetti documenti confidenziali creati dalla Mossack Fonseca ridicolizzando i personaggi – più di quanto non lo siano già – e portando all’estremo della teatralità il linguaggio cinematografico tradizionale con ripetute rotture della quarta parete, divisone in capitoli e attori che prima abbandonano i loro travestimenti e poi ogni sovrastruttura del personaggio, e che infine ritornano se stessi per davvero (qui c’è Meryl Streep in forma di statua della libertà che intona un monologo politicamente e inequivocabilmente schierato).

Alla pari di un Adam McKay, che con La grande scommessa e Vice aveva utilizzato la commedia come cavallo di troia per introdursi nei complicati meccanismi della finanza e della casa Bianca, Soderbergh si serve della stessa grammatica dove il pretesto “storico” diventa semplificazione e la trama è disinnescata da situazioni in cui ognuno può riconoscersi. Almeno a livello emotivo, mentre la questione pratica dello scandalo finanziario rimane evidentemente più distante, ed è più facile seguire la vicenda di Ellen Martin, una donna che perde il marito durante un incidente in barca e scopre in seguito i segni di una frode assicurativa di livello globale. Questo effetto domino messo in scena dal regista funziona in Panama Papers in maniera quasi perfetta, e la risata incontra il senso di colpa mescolando nel grande spettacolo della vita il lutto, i tradimenti, le avidità, gli imbrogli e ogni peggiore sfumatura dell’essere umano.

3 Settembre 2019
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