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Ragionando in termini puramente produttivi e di consumo, come siamo sempre più abituati a fare di questi tempi, si potrebbe quasi dire che Vice – L’uomo nell’ombra assomigli moltissimo a uno spin-off de Gli intrighi del potere – Nixon. Proprio come il monumentale e classicissimo film di Oliver Stone con Anthony Hopkins, la pellicola di Adam McKay con Christian Bale mira prima di tutto a restituire il cambiamento radicale di un modo di pensare alla politica, che già in Nixon offriva un’alternativa inquietante al ritorno dell’american dream di John F. Kennedy. Non è un caso che il regista de La grande scommessa decida di ripercorrere l’epopea silenziosa di Dick Cheney proprio a partire dal suo ingresso in politica durante l’amministrazione Nixon e che subito gli metta in bocca parole ovvissime per sottolineare senza nessun volo pindarico il nonsense in cui la politica degli ultimi quarant’anni pare essersi assestata inesorabilmente: «Noi in cosa crediamo?». Se in Nixon la tragedia greca aveva un’importanza fondamentale nella ricostruzione di un’anima dilaniata, dotata di grande ambizione ma schiacciata al contempo da un tracotante senso di colpa, acutizzatosi con il ripetersi di decisioni discutibili quando non apertamente ambigue, nel delineare la figura di Cheney, McKay ricorre alla satira di costume, all’ironia spiazzante e ad un cinismo ancora più marcati rispetto alla precedente uscita con La grande scommessa.

Di quel film, il regista mantiene lo scheletro principale, ovvero il cercare di analizzare il processo di degradazione di un intero sistema – economico in quel caso, politico e di ideali in questo – inserendosi all’interno e di conseguenza mostrando l’agire di un gruppo ristretto di persone (sospese tra il ritratto verosimile e l’immaginario più sboccato) che ha assecondato quello stesso processo e ne ha tratto i maggiori benefici, a discapito delle sorti del mondo intero (dal crollo della Borsa di Wall Street si passa alle inevitabili conseguenze delle mosse consapevolmente sbagliate con cui si è condotta la guerra in Afghanistan e in Iraq dopo l’11 settembre). Ciò che distingue maggiormente il regista di Filadelfia da Stone è la consapevolezza di addentrarsi in un mondo in cui bene e male non sono mai esistiti – nemmeno ai tempi dell’immacolato Kennedy (la vicenda dei Pentagon Papers sta lì a testimonianza) – in cui gli ideali politici sono sempre stati uno specchietto per le allodole, che figure come quelle di Nixon, di Lyndon Johnson, di Ford, di Bush Sr., hanno sempre mirato al potere come unico e indiscusso fine del proprio lavoro. Dick Cheney è stato uno dei tanti, ma la storia lo aveva finora tralasciato forse perché il più astuto e sottile del circondario.

E del film del 2016 si ritrovano, se vogliamo, gli stessi difetti: una valanga di parole e informazioni, spesso di difficile comprensione proprio per la loro natura intrinseca, altre volte appesantite da un ritmo forsennato e sfiancante. McKay non ha a cuore la ricerca della verità, sa bene quanto patetica possa rivelarsi un’operazione simile nelle mani sbagliate, il film d’inchiesta alla Tutti gli uomini del presidente o alla The Post (per rimanere al tempo presente) non è nelle sue corde, e lo dimostra ogni qualvolta la sua narrazione si incanala sempre più verso toni minacciosi e soffocanti: rimpinzandolo di un’ironia dissacrante, facendo interpretare Donald Rumsfeld a un istrionico Steve Carell, il patetico Bush Jr. a un infantile (e bravissimo) Sam Rockwell, e riportando il tutto sui binari della credibilità grazie alla statuaria presenza scenica di Christian Bale (e di Amy Adams, superba nel tratteggiare una moglie capace, tenace e più in gamba di ogni avversario, costretta a causa dei tempi a forzare un passo indietro). Il lavoro di Bale – al contrario della sciarada carnevalesca del Rami Malek di Bohemian Rhapsody – è volto anzitutto a restituire il ritratto di un uomo schiacciato dalle proprie incapacità, dalla mancanza di una personalità pubblica essenziale nell’ambiente politico, costretto agli angoli di un ring spietato e ad adoperare oscuri e astutissimi sotterfugi pur di emergere – tant’è che la cinematografia ce lo consegnerà in tutta la sua malvagità solo dopo la morte (anche se il solito Stone ce ne dava già un accenno sibillino in W.).

Di segno contrario rispetto al Nixon di Hopkins, il Cheney di Bale vive in realtà di luce riflessa, ingurgita il carisma di chi gli sta attorno (non a caso tutto il cast di contorno è coscientemente sopra le righe) e lo assimila, lo rielabora e ce lo restituisce sottoforma di piccole smorfie (come quelle che ripetutamente anticipano il suo colloquiare), di tic impercettibili, di riflessioni mascherate da discorsi banali. Questa consapevolezza insistita del personaggio principale è, allo stesso tempo, il maggior difetto di Vice – L’uomo nell’ombra; Bale/Cheney si rivolge in più di una occasione allo spettatore, il quale diventerà complice dei suoi pensieri, ma a differenza – per fare un esempio cinematografico e stilistico più vicino a McKay – del Jordan Belfort di Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street (pellicola già paradigmatica per La grande scommessa), il personaggio di Bale è sempre un passo avanti rispetto allo spettatore, che per inerzia accuserà una certa stanchezza e anche una precisa mancanza di senso dello spettacolo, che era invece la spinta caratteristica della pellicola scorsesiana.

13 Gennaio 2019
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