Recensioni

Un disco di duetti, come si faceva una volta, con brani registrati nel corso della carriera insieme ad altri artisti – ma li possiamo anche chiamare friends, ché il legame con molti di loro è rimasto nel tempo – riproposti pari pari ad eccezione di un inedito, pure questo cantato a due voci: una cosa da Sting, in fondo, che nell’occasione si è per così dire pavarottizzato, o meglio franksinatrizzato, visto che per titolo ha scelto lo stesso di una famosa raccolta di The Voice datata 1993.
Di che vogliamo (ri)parlare, quindi? Di cose che hanno fatto la storia come Desert Rose, la famosissima canzone uscita proprio il primo giorno del millennio e che vide la partecipazione del cantante algerino Cheb Mami? O di Stolen Car, pubblicata inizialmente da Sting nel 2003 e poi dodici anni dopo riletta, insieme allo stesso artista britannico, dalla cantante francese Mylène Farmer? O magari di Whenever I Say Your Name, il duetto insieme a Mary J. Blige pubblicato nell’estate 2004? Oppure potremmo (ri)parlare di collaborazioni entrate negli annali come quella con Eric Clapton per It’s Probably Me, brano pubblicato nel 1992 e che – tra le altre cose – figurò nella colonna sonora del film Arma letale 3; o quella con Herbie Hancock per My Funny Valentine, storico pezzo degli anni ’30 rifatto per il film giapponese del 2005 Ashura; oppure quella con Charles Aznavour per L’amour C’est Comme Un Jour, vecchio brano del cantautore franco-armeno reinterpretato dallo stesso artista insieme a Sting nel 2009 per il suo album Duos; o ancora, quella con Annie Lennox per We’ll Be Together, pezzo di bowieana ispirazione originariamente contenuto nel secondo album solista (… Nothing Like The Sun, 1987) dell’ex Police e poi reinciso con l’ex Eurythmics nel 2004?
No, la verità è che non c’è niente di cui ciarlare: basta ascoltare, è tutto in questo Duets, un lavoro che riporta indietro nel tempo, specie perché questo, di tempo, non è che ci stia piacendo granché. Piuttosto, se proprio vogliamo esprimere qualche concetto che non suoni troppo scontato, si può spendere qualche parola per il succitato September, il duetto inedito con Zucchero e singolo di lancio che lo scorso novembre avrebbe dovuto accompagnare il disco ma che, causa slittamento di quest’ultimo per via della pandemia e dei relativi ritardi nella produzione, ha finito per esserne l’antipasto in anticipo di quattro mesi (ed è finito anche tra i bonus dell’edizione italiana deluxe – datata dicembre 2020 – di D.O.C., l’ultimo album in studio dato alle stampe dal cantautore emiliano l’anno precedente). Bello, non c’è che dire, pur se nella sua assurdità, nella sua tristezza da crepuscolo patinato, tra crooning d’altri tempi che vorrebbe sintonizzarsi con la gravità di questi, di tempi. E le voci dei due amici appassionati di colline e vino rosso che s’intrecciano come a rincorrersi nei verdi paesaggi tosco-emiliani (o a contendersi una lasagna, riprendendo quanto dicemmo in sede di pubblicazione).
Così come hanno i crismi della quasi attualità le liaison, relativamente recenti, per Little Something, canzone dagli influssi latineggianti condivisa lo scorso settembre per promuovere l’ultimo album della cantautrice Melody Gardot, e la spassosissima Don’t Make Me Wait, giocoso break reggae-inspired che Sting incise con Shaggy per l’album collaborativo 44/876, uscito tre anni fa.
Ci trovate presente e passato, in Duets. Ed è giusto riconoscere che Sting, un pezzo di storia in questi ultimi quarant’anni, l’ha scritto eccome, non in via esclusiva con i Police ma anche da solo. O in due.
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