Recensioni

Chissà che fine avrà fatto il batterista dei Poland. Me li ricordo bene, abbiamo suonato insieme qualche volta coi Caboto, si bazzicava lo stesso posto, la vecchia sede dell’XM24 alla Bolognina, quella coi murales di Blu, quella che la geniale amministrazione Pd ha pensato bene di sgomberare (e siccome Paganini non ripete, hanno appena fatto il bis nel posto nuovo occupato dal collettivo, del resto, si sa, in campagna elettorale un voto val bene una ruspa); erano un duo geniale e marginale, suonavano un post punk straccione e obliquo, una musica magnetica e opaca, densa di ruggini This Heat.
Alla chitarra c’era Nico Pasquini, che da qualche anno si è avventurato, con buoni esiti, nel suo progetto solista, Stromboli. Un armamentario tutto sommato consueto di macchinari (un Revox, dei tape loops, una manciata di synth, una chitarra lapsteel. delle voci) per imbastire suoni e strutture, come cattedrali elettroniche alla Tim Hecker, che non sono certo inauditi ma certamente sono organizzati con bella grafia ed ottimo gusto. Sarò fissato io, ma ci rivedo brillare la stessa scintilla che intravedevo nei Poland, questo duo che probabilmente ricorderemo in dieci; questo Ghosting, pubblicato dalla toscana Oltrarno in digitale e cassetta, è animato da un felice ed eclettico minimalismo, dimostra sicura padronanza nel gestire timbri e dinamiche. Sa raccontare storie, senza dire nemmeno una parola. Da qualche parte tra la colonna sonora di Arrival di Jóhann Jóhannsson ed il magistero gelido e inesorabile di certi Autechre ( la traccia Rip), questi dodici pezzi avvolgono e stordiscono come una droga che lascia come effetto collaterale un mood da Blade Runner, intimo e desolato al tempo stesso. Blues dell’Antropocene , infiniti piani orizzontali attraversati da melodie zuccherine come una mela caramellata intinta nell’acido (Shism), dub del dopobomba, drones che attraggono un frammento di raga indiano nel loro pozzo senza fondo (le rifrazioni esterrefatte di Spettro, forse il pezzo migliore di tutto il lavoro, tra le allucinazioni del Peter Wright di Yellow Horizon e Machinefabriek) per restituirlo al mondo rinnovato ed antico, sotto una luce limpida e livida allo stesso tempo. Tornano in mente i brividi dell’origine della fascinazione per certi suoni, quando ascoltai per la prima volta Flux +Mutability di Holger Czukay e David Sylvian, la stessa sensazione di trasmissione radio dallo spazio: gran pezzo davvero.
Me lo fece ascoltare Raffaello quel disco, Raffaello che mi invitò a prestare attenzione a come la chitarra di Egle in Pizza Express facesse il suono delle monete che cadono nel distributore automatico: era una vita fa ed era la prima volta, venticinque anni fa, che realizzavo, senza saperlo ancora tradurre in parole, la banale ed inesauribile verità che la musica può raccontare anche senza parole. Che può portarti altrove. Dentro questo Ghosting ci sono ombre, affiorano nostalgie che sappiamo di avere, prospettive appannate di un futuro che si autofagocita, indicazioni sfocate di un dove e voglie di altrove. Storie, insomma. Chissà che fine avrà fatto il batterista dei Poland.
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