Recensioni

5.8

Tre anni sembrano essere diventati lo iato standard tra un disco e l’altro per la band torinese, giunta con questo Una nave in una foresta al titolo numero sette in diciotto anni di carriera. Salvo qualche aggiustamento – il piglio sensibilmente più brusco, una certa libertà nell’utilizzo di espedienti sonici – si tratta di una riproposizione a tavoletta del Subsonica-sound, un precipitato synth-wave con ammiccamenti techno, downbeat e jungle, gli anni Novanta che celebrano la simbiosi tra sentire rock e movenze digitali, alla luce (faretti radenti, sincopati, obliqui da labirinto disco) di una consapevolezza sociale che sterilizza nella culla le tossine del disimpegno.

Potremmo discutere su quanto il loro “impegno” abbia finito per disinnescarsi sulla grammatica del politically correct, implodendo in una sorta di bozzolo poetico che s’infrange sulla causa prima che diventi lotta, ma per quanto mi riguarda non è questo il punto. Il punto è che nel frattempo il fronte ci è passato sopra la testa, quelle sonorità hanno perduto la presa col presente, sono rimbombi di retroguardia che fanno scattare l’allarme solo di chi ha preferito restare a guardia del proverbiale isolotto in mezzo all’oceano dei rivolgimenti stilistici. Scelta lecita, ma che diventa peccaminosa quando s’illude di possedere ancora i codici più aggiornati per sbloccare il rompicapo della vita moderna.

Accettato quindi di giocare la partita con indosso la casacca dei nostalgici, va detto che il disco funziona esibendo le qualità note, su tutte la capacità di congegnare sussulti assieme chitarristici e digitali sollevati da un respiro melodico ad alta temperatura in cui riesci ad avvertire il germe sano della convinzione: è buona Attacca il panico (spasmi rock strattonati breakbeat), intrigante Ritmo Abarth (capricci arty e incastri potenti) e suggestiva Licantropia (radiazioni bluesy in una foschia rap). Anche i limiti sono gli stessi, ovvero una calligrafia che va oltre il riconoscibile inciampando nel prevedibile, prodigandosi in esiti melodici didascalici che il buon Samuel non riesce (non ne ha i mezzi) a riscattare. Si senta come in Specchio ciò che poteva/doveva essere sardonico finisca per stemperarsi in un’arguzia agrodolce, o come ne I Cerchi Degli Alberi certi interessanti cubismi robotici vengano neutralizzati da un ritornello che trasuda radiofonia sciropposa.

Più accettabile – perché sfacciata – l’orecchiabilità del singolo Di Domenica, cartiglio 80s con le giuste vibrazioni malinconiche come dei Depeche Mode sognati durante un coma vigile iperglicemico. Non si può rimproverare ai Subsonica di essere i Subsonica. Ma loro un po’ ci marciano.

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