Recensioni

Dopo il bad trip di Belomancie, non del tutto riuscito come sottolineava Andrea Macrì da queste colonne, una svarionata New Age in compagnia di Laraaji (Professional Sunflow, anno di grazia 2016) e un tuffo nell’honky tonk con The Saddle Of The Increate del 2017, Cameron Stallones dichiara che questo nuovo disco è il suo “nuovo album di space rock”. Ovviamente, come la sua carriera solista dal 2008 a oggi ha ampiamente dimostrato, si tratta di space rock da prendere con le pinze. A cominciare dal termine “space”, spazio, qui da intendersi nel suo senso fisico di quella distanza che separa le cose. Così, fin dal primo di questo quartetto di brani, Roomboe, l’artista californiano si premura di mostrarci, a modo suo, come fare spazio. Il risultato sono nove minuti e mezzo di loop, circolarità psych oliate di dub tagliato a pezzi grossi, percussioni in direttissima da un tribalismo snob e la solita, personale, profusione di manipolazione su suoni, voci, effetti. L’ascoltatore si trova sempre più avvolto da un vortice ipnotico e ipnagogico che riconnette con le migliori composizioni di Stallones e tende anche, in una maniera obliqua e talvolta imprevedibile, a presagire una forma di ballo.
Ma c’è una seconda componente di questa concezione di spazio, quella che è rappresentata da quel “sutra” del titolo e rimanda invece all’aspetto più kosmische che la musica di Sun Araw ha sempre incorporato. Il collegamento, soprattutto con 78 Sutra, il secondo brano in scaletta, con quell’ambito già ampiamente esplorato dal krautrock (un nome su tutti: Popol Vuh) è fin troppo facile. Viene in aiuto anche la spiegazione che l’esperienza dello spazio è completamente dipendente dall’intensità dello sforzo di concentrazione dell’osservatore. Non esistono le idee, forme assolute e – appunto – ideali, delle cose come sostiene la filosofia platonica (e quindi non c’è nemmeno una divinità che le forgi), ma nell’avvicinarsi sempre di più alle cose stesse, come nel buddhismo, ci si addentra nella materia, facendo spazio, fino all’arrivo, al vuoto del nirvana.
Dopo una Catalina Breeze che è un mezzo inciampo, ombroso trip da cameretta senza finestre interiori ed esteriori, il concetto è ribadito dalla conclusiva Arrambe, la cosa più vicina a un’idea di canzone che Sun Araw abbia concepito nell’ultimo periodo. Sostenuta tanto da una chitarra chiara di diretta ispirazione world via Paul Simon e Peter Gabriel, quanto da un serie di iterazioni sonore e percussive che architettano fluidamente lo spazio sonoro, è l’unico brano con uno sviluppo evidente, quando al climax segue una coda quasi kraut/alicecoltraniana a commiato dell’esperienza dello spazio appena vissuta.
Registrato in live-to-MIDI assieme a Jon Leland e Marc Riordan, al netto di quello svarione, Rock Sutra è un ottimo biglietto da visita per chi volesse fare la conoscenza con la particolare visione del mondo di Sun Araw e un’ulteriore interessante tassello da aggiungere al suo rosario di esplorazioni ipnagogiche del cosmo.
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