Recensioni

C’è un aspetto dei Superorganism che, ancor più che ascoltando il loro eponimo disco d’esordio, diventa evidente una volta vissuto un loro live, ovvero che questo folle gruppo dalle coordinate geografiche impazzite – si passa dall’Inghilterra al Giappone, dalla Corea del Sud all’Australia, passando per la Nuova Zelanda – non ha la pretesa né la spocchia di fornire un quadro critico della società contemporanea, ma anzi il loro obiettivo sembra essere quello di calarsi al suo interno per viverne ogni frizzante momento e regalare questa gioia al pubblico sotto gli spalti.

Spettacolo variopinto, costumi sgargianti tra paillettes, balletti sincronizzati e cori angelici, il tutto catalizzato e spremuto all’interno di poco meno di un’ora di performance (forse l’unica durata accettabile), ma in grado di settare le coordinate emotive proprio come da intenzioni iniziali. Ai Superorganism ciò che più preme è divertire e divertirsi, anche rischiando di apparire modaioli (tra suonerie da smartphone, emoticon impazzite e video-gif riproposte in loop su uno schermo), forzatamente sprezzanti (i battibecchi studiati ad arte con il pubblico) e anche un po’ datati (nulla che non si sia già visto in passato): alla fine dei giochi si esce con un po’ di leggero (superficiale) buon umore, un po’ troppo fumoso e labile per chi forse è fin troppo abituato e assuefatto ad altre emozioni, ma decisamente un toccasana per tutti gli altri.

Del materiale contenuto nell’album di debutto avevamo già parlato in sede di recensione e spiace constatare come tutti i maggiori difetti riscontrati in studio siano visibili anche sul palcoscenico. Quello che manca a questo sfaccettato e promettente ensemble è la voglia di trovare un posto nel panorama musicale che conta, e per far sì che ciò accada servirà ben più della riproposizione di qualche balletto, di una pioggia di colori svuotata di significato, insomma dell’intenzione di pre-fabbricare un’emozione sapendo in anticipo l’effetto che sortirà.

Tuttavia, converrete anche che queste sono tutte masturbazioni mentali che non hanno alcun senso. I Superorganism, al momento attuale, hanno bisogno di essere così come sono, di mantenere inalterata questa frivolezza che li contraddistingue, quella voglia di stizzire tutti con un atteggiamento che rispecchia in pieno i loro diciott’anni (!) e una propensione alla collaborazione che dovrebbe fungere da modello per la loro generazione. Da questo punto di vista saranno di fondamentale importanza le scelte future: se il giochino troverà una sua solidità strutturale o comincerà a traballare, dipenderà da loro soltanto. Ma non è adesso il momento, i Supergorganism non sono la risposta alla società digitale e a quella sorta di vita sociale 2.0 ogni giorno sotto i nostri occhi, sono proprio il prodotto di quest’ultima, con tutti i suoi meriti e anche i suoi difetti. E presumiamo sarà così – nulla di male in tutto ciò – per qualche anno ancora…

Post scriptum: in apertura siamo stati letteralmente galvanizzati dal fresh-pop di Pi Ja Ma, giovane promessa transalpina che riaggiorna la tradizione del pop radiofonico francese con quel gusto techno-synth che fece fortuna nei primi anni Ottanta, puntando parecchio su ballate e contaminazioni. All’attivo l’EP Radio Girl e tanta, tanta strada davanti che l’aspetta.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette