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Il Cane della Palude si veste di tutto punto da reverendo del southern soul, esce di casa con lo stesso sguardo perso nel vuoto che ha sulla copertina del disco, e va a trovare vecchi amici. Con la voce resa irriconoscibile da grumi di processing racconta di come finge di non impazzire nonostante lei non ci sia più. È il video di I’ll Pretend, che in qualche modo è una summa del titolo che il vecchio leone ha voluto per il suo ultimo disco (il diciottesimo, se non abbiamo perso per strada qualcosa): amore, perdita e auto-tune. Sembra di imbattersi in una versione vagamente seppiata di Yeezus (ma più che Kanye West, Swamp Dogg preferisce citare Kendrick Lamar tra le influenze dirette), come se chi ha sempre parlato la lingua della Stax avesse voluto aggiornarsi al pop mainstream di oggi.

Dopo una manciata di brani costruiti su questo concetto, sampling e synth sparsi che, attraverso la manipolazione via Pro Tool o Ableton, si trasformano nelle basi per il soul singing altezza auto-tune, viene da chiedersi se Jerry Williams Jr., attivo soprattutto tra i Settanta e i Novanta, non abbia voluto prendersi gioco del mainstream contemporaneo (sentite, per esempio, una Sex With Your Ex, una canzone sull’incommensurabilità di desiderio sessuale e amore che pare buona per gli attuali fenomeni da YouTube). Eccessi che punta in direzione parodia. Eppure, proprio dietro a tutta questo massiccio impiego di auto-tune c’è lo zampino di Justin Vernon, che ha curato in buona parte la sezione vocale e che in I’ll Pretend è direttamente accreditato come musicista. La sua presenza fa pensare all’ultimo 22, A Million, un tentativo di appropriarsi di stimoli apparentemente lontani dal proprio core per spingere la vena creativa in nuove direzioni.

E qui, tornando a Swamp Dogg, dobbiamo fare i conti con una Star Dust messa in chiusura, classico classicissimo soul, che mostra come la vecchia volpe avrebbe potuto sfornare una decina di brani nel solco della tradizione per giustificare un tour che lo ha portato anche al Porretta Soul Festival e godersi un finale di carriera dignitosissimo. Il cagnaccio ha preferito invece attingere a linfa nuova, immergersi nella contemporaneità e confrontarcisi: una scelta che già di per sé porta le stimmate dell’Arte vera. Ne esce un oggetto sfaccettato, a metà tra l’adesso-vi-faccio-vedere-io e un approccio rispettoso al nuovo, come dimostrano la presenza di Bon Iver e la produzione di Ryan Olson (dietro al bancone per i Poliça). Non ci sembra poco.

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