Recensioni

Rinnova ma non riduce, Michael Gira. L’atteso nuovo album, da leggersi come l’atteso nuovo corso, è finalmente disponibile e testimonia il rinnovamento comunicato alla fine del tour di The Glowing Man; una nuova fase – la terza? la quarta? a che serve tenere il conto? – che prevede una nuova formazione modulabile, nuovi compagni di viaggio (da Ben Frost a Baby Dee, dai Necks ai due A Hawk And A Hacksaw), nuove sonorità (ma neanche tanto), ma anche la stessa, invariata, eterna durata e lo stesso inestinguibile livore. Come a dire, Gira perde il pelo ma non il vizio. O forse, limitandoci solo all’aspetto della durata, ha una anima nera talmente ingombrante che ha sempre bisogno di ampiezza, di ampiezze estenuanti per rovesciarsi verso l’esterno, per permettere alla poetica del proprio autore di materializzarsi all’esterno del Gira-mondo.
Sia come sia, questo Leaving Meaning segna un ritorno al passato per la sigla Swans; una sorta di “bunny period” meets Angels Of Light, l’esperienza “(weird)folk-oriented” che Gira mise in piedi al tempo di uno dei citati iati della casa madre. Lunghe litanie – 4 pezzi superano agilmente i 10 minuti con gli altri che si attestano ben oltre i 5 – lugubri, oscure (beh, ma parliamo sempre degli Swans no?), dilatate e ossianiche che sembrano prescindere dalla coltre di rumore massimalista che pervadeva l’ultima trilogia (non lo è ma volendo la si può considerare tale) e che puntano su una essiccazione e su un prosciugamento che fa emergere l’osso delle composizioni, tra detriti folk, derive intimiste e input da americana/alt-country (resa gotica come nella tradizione letteraria americana del Southern Gothic). Una americana, ovviamente, striata di mal-de-vivre e rivisitata alla luce (ahahah…) dello sguardo di Gira, ferino, viscerale, livido, e che alterna i registri di cui sopra muovendosi tra gli estenuanti passaggi reiterati di The Hanging Man e Some New Things, e le nenie malate di Amnesia, tra le confessioni haunted, possedute, “altre” di Cathedrals Of Heaven e la mise-en-abyme coral-pastorale deviante di The Nub, o in quella tribale, ancestrale, catartica di Sunfucker.
Album ostico, difficile, weird, nella discografia swansiana, questo Leaving Meaning; un album di cui e su cui si potrà riflettere appieno più avanti, una volta metabolizzato all’interno di un nuovo segmento dell’esperienza Swans, ma che ora come ora ci lascia una versione rappresa, rappresa come un livido bluastro e interiormente doloroso, del suono Swans e insieme una sensazione di cupa amarezza, di nichilismo fatalista, di sconfitta quasi. Ma non di abbandono, ché Gira non ha affatto intenzione di abdicare dal suo ruolo di profanatore dell’animo collettivo.
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