Ben Frost (AU)

Biografia

«Ben Frost. Frost come gelo. Ben che ha l’aria di uno che regge il peso di tutto l’universo sulle proprie spalle. Uno che incurvato sempre più sul laptop sviscera le sue cupe ossessioni con la mania e la dedizione di un Savonarola del nuovo millennio». (Antonello Comunale)

Producer elettronico ma anche compositore, australiano di origine ma islandese di adozione, Ben Frost è un profilo estremamente rappresentativo del nostro tempo per tutta una serie di suoni e sonorità che possiamo definire, non senza approssimazioni, post-fennesziani. In Theory Of Machines si parla già di laptop music, tuttavia, proprio come nel caso del musicista austriaco, anche gli inizi di carriera di Frost sono legati alla manipolazione del suono ottenuto dalla sei corde, una modalità che non verrà mai del tutto abbandonata ma che perderà il suo ruolo centrale nella composizione. Nella prima parte del percorso di Ben è Oren Ambarchi la figura catalizzatrice; in seguito subentrerà invece la figura di producer “da koinè”, cioè di personaggio che anima e viene animato dentro una scena, quasi un collettivo, un gruppo coeso di musicisti che lavorano insieme e si spalleggiano in produzioni e scelte. La famiglia di Ben si chiama Bedroom Community, una comunità per l’appunto, nello specifico condivisa con Nico Muhly, Sam AmidonDaníel Bjarnason e Valgeir Sigurðsson, con i quali è attivo il confronto, lo scambio di punti di vista e commissioni esterne. La koinè di Ben non si ferma lì, ma coinvolge altri personaggi molto rilevanti negli ultimi anni, uno su tutti Tim Hecker (con il quale collabora al suo Virgins).

«Credo che il mio interesse sia per la potenza del suono, della musica, la parte scientifica e politica di tutto ciò. Sono affascinato dalla proprietà del suono, il suo potenziale nel trascendere la sua stessa natura e condizionare la psiche umana» (Ben Frost, nostra intervista 2014)

In questo andirivieni di contributi, dopo un’autoproduzione, Ben Frost esordisce in solitaria nel 2003 per Room40, con il non meno che ottimo Steel Wound, un pregiatissimo diamante ambient tagliato a colpi di chitarra effettata in cui le manipolazioni di chitarra architettano droni (Swarm) e riflessioni ipnotiche (Last Exit To Brooklyn). Niente di nuovo, ma un “quasi-nuovo” di una capacità espressiva non indifferente. Quattro anni dopo, la trasformazione nel signore dei ghiacci con i sigilli della Bedroom Community è compiuta: Theory Of Machines abbandona le sperimentazioni chitarristiche del passato per la tessitura di elettro-drones tesi e ansiogeni. L’ambient, inspessita da cupi riflessi industriali, diventa così power ambient, e il climax assume i contorni del thriller à la Brian De Palma, sempre sul punto di deflagrare, «come avere uno scheletro metallico e rivestirlo di carne buona», sottolineava Comunale in sede di recensione. Tre anni più tardi, l’album troverà un seguito meno ansiogeno in By The Throat (2010), lavoro che richiama alla mente gli assalti all’arma bianca dei Pan Sonic più ruvidi, disco dove i toni si fanno più romantici e idealizzati benché sulla trama complessiva domini un forte senso di apocalisse.

«Credo che lo scopo della mia musica sia un disseppellimento della mia identità, come se cercassi di raggiungere un nucleo di senso interiore dentro di me. Credo che sia anche la natura di tutte le arti questa, ma fondamentalmente, ha anche a che fare con l’incomprensibilità dell’io, il rimuovere il tuo ego dalla situazione e fare qualcosa che trascenda le banalità della condizione umana» (Ben Frost, da una nostra intervista del 2014)

Sempre nel 2010, il musicista, ora in pianta stabile in Islanda, viene scelto da Marc Silver e Gael Garcia Bernal per la colonna sonora di The Invisibles, un documentario di beneficienza (per Amnesty International) sui migranti del Centro e Sud America verso gli USA. E’ un altro momento significativo, raddoppiato, due anni più tardi, dall’ancor più emblematico Solaris, colonna sonora dalla dominante psicologica più che sci-fi composta assieme a Daníel Bjarnason e ispirata dall’omonimo capolavoro cinematografico di Tarkovsky. In Solaris risulta inoltre evidente l’eterna polarizzazione di Frost tra produzioni proprie e musica su commissione, e in questo senso una sintesi ideale giunge giusto una anno più tardi con l’esordio alla regia del musicista nella trasposizione teatrale del romanzo grottesco The Wasp Factory (2013) di Iain Banks. Opera importante non solo per il coinvolgimento della Filarmonica di Reykjavík, ma anche perché nella parte musicale vengono utilizzate, per la prima volta nelle composizioni di Frost, le voci, affidate in questa occasione alle attrici/performer Lieselot De Wilde, Jördis Richter e Mariam Wallentin dei Wildbirds & Peacedrums.

In qualche modo, Ben negli anni è diventato un professionista dell’espressività elettronica. E, dopo il climax culminato in Theory Of Machines e stemperato in By The Throat, il suo percorso ha acquistato un livello emozionale più accessibile sublimato in A U R O R A, album dove il compositore lavora con strumentazioni ormai classicamente elettroniche. Il lavoro ha preso piede in Congo e proprio in questo Paese l’artista ha soggiornato per un altro progetto su invito, Infra, in collaborazione con l’artista Richard Mosse. Se By The Throat aveva comunque qualcosa di alieno, indecidibile, in A U R O R A è chiaro il procedimento che trascina l’ascoltatore nell’onda emotiva del compositore. Nell’intervista a noi concessa nel 2014, Frost ci racconta della sua musica come «spazio di immaginazione emozionale, inteso come un gesto romantico radicale». Il sogno è risalire ad un topico momento aurorale dove l’uomo non si è mai visto “fisicamente” dentro, e poteva sperare nella presenza dell’anima. La sua musica – ci suggerisce – è una diretta conseguenza della ricerca di una nuova possibilità che esista un’intangibile. Per farlo ha bisogno di emozioni umane, riconoscibili e rassicuranti.

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