• mar
    03
    2015

Album

Cherry Red Records

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Nella loro seconda vita gli Swervedriver dimostrano, in fondo, che i frettolosi accostamenti fatti a loro tempo con i campioni del dream pop non erano dovuti alla suggestione di una critica ansiosa di incasellarli. Non che Adam Franklyn e soci si siano mai posti veramente il problema di essere più shoegaze o alt rock. Soprattutto quando, nei primi ’90, il sound decisamente più aggressivo e le pose assai meno impacciate di quelle dei colleghi, valevano loro le pagine del Melody Maker e quelle di Kerrang!

Il loro ritorno discografico era certo meno atteso rispetto a quello dei vari MBV e Slowdive (tanto più che la band ha ripreso l’attività dal vivo già dal 2008) ma è un peccato, perché pur senza l’ispirazione e l’energia brada che ne hanno segnato gli esordi, la band dimostra di aver accumulato sufficiente mestiere da superare la prova del tempo e in qualche modo classicizzare il proprio stile. In questo senso I Wasn’t Born To Lose You è un disco che si adagia perfettamente all’interno della compatta discografia degli Swervedriver, distinguendosi per classe e raffinatezza. Certo, manca la carica propulsiva di un Rise, mentre non si discute (semmai ne esce rinvigorita) la voglia di sognare.

I trademark della band ci sono tutti, a partire dalle melodie liquide, quelle che ti cambiano sotto il naso quando pensavi di averle inquadrate, fino alla stratificazione chitarristica, giocata però, più che sulle distorsioni, sulla ricerca del riff ipnotico (è il caso dell’opener Autodidact) o sul sovrapporsi di lunghi arpeggi che assecondano temi narcotici come quelli di Everso. Persino la voce di Adam Franklyn, che da sempre si distingue per medietà in un genere fatto non certo di virtuosi del canto, riesce ad essere più convincente che mai. Se in passato il suo maggior contributo era quello di non stonare, oggi asseconda con sicurezza l’aura di torpore stupefatto e i repentini cambi armonici, come quelli di Lone Star e Last Rites.

Anche per questo l’album abbraccia una gamma quanto mai vasta di emozioni che vanno dalla malinconia sfocata di Setting Sun, fino al vigore estatico di English Subtitles. Una versatilità acquistata col tempo, che allontana l’operazione nostalgia e dona al lavoro un’insperata freschezza.

29 Marzo 2015
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