• Ott
    08
    2016

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Rough Trade

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Cosa sono gli Sleaford Mods? Un duo di debosciati dall’indole punk in tempi in cui essere punk non significa nulla? Una presa in giro pronta a sgonfiarsi dopo l’iniziale effetto-sorpresa? Chi scrive è arrivato ad una personale definizione: sono ciò che Chuck Palahniuk non diventerà mai, ovvero una locomotiva priva di logica mercantile (e che anzi delle logiche mercantili si prende gioco, vedasi il titolo del penultimo Key Markets) e di sloganistica mascherata da letteratura caustica. E con la stessa cattiveria. Tutto ciò che nello scrittore di Portland era provocazione sterile perché legata ad un manicheismo che non rispecchiava il mondo di cui parlava se non come semplice scelta di campo, qui è analisi disastrata senza pretesa letteraria. Il contrasto tra il fiume di parole del cantante con la dinamica del suono, povero come sempre, rafforza ancora di più l’acidità del duo, con i loop squadrati e sempre uguali di Andrew Fearn che riescono però nel miracolo di non far sembrare il racconto di Williamson un semplice reading.

Gli Sleaford Mods, semplicemente, non sono interessati a questioni come accelerazionismo o simili, temi che in musica fanno entrare la politica: loro si limitano a descrivere lo sfascio inglese con un linguaggio che, della protesta tradizionale, non ha nulla. È semplicemente la descrizione di un mondo su cui non potrebbero speculare per mancanza di distacco. Uno di quei casi, forse (e sarà il tempo a dirlo) in cui il particolare si fa portatore dell’universale. Tutto in loro è, davvero, minimalista: sia lo sguardo sul quotidiano, che va dalla semplice narrazione delle giornate vissute fino alla politica nazionale e la sua influenza su quelle stesse giornate, che il suono. Solitamente composizioni di basi programmate in cui basso e batteria e spesso chitarra si ripetono fino allo sfinimento, in cui lievissimi sono gli inserimenti che creano una variazione: tutta l’attenzione va al racconto di Jason Williamson. Poiché la forma sonora è sempre la stessa, resta da identificare quali siano i movimenti interni che la rendano interessante oggi. Nell’apertura di TCR, per la prima volta in un pezzo del duo, pare di sentire una base che non sia solo oppressiva e fisica, ma anche “aperta” (non speranzosa, quello no). La ripetizione della frase di chitarra rappresenta bene proprio il carattere circolare del total contror racing del titolo e del video, metafora di una vita sempre uguale e dai cui binari è difficile uscire (a meno di non deragliare).

Ma quello di apertura è semplicemente un episodio, perché poi la formula degli Sleaford Mods torna quella del precedente disco: basi quasi black ma senza groove o carattere sexy, cupe (Dad’s Corner) o di matrice anni Novanta (Britain Thirst) o semplicemente dementi (You’re A Nottshed). Ora resta da capire cosa succederà a Williamson e Fearn: se si butteranno su una strada fatta di cambiamenti o se, con una formula come la loro, si fermeranno sulla semplice e magari efficace ripetizione di stilemi che sono solo loro, alla maniera dei Ramones. Vedremo.

2 Novembre 2016
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