Recensioni

7.5

“Divide and exist”, o meglio ancora, “divide and resist”, giocando di parafrasi col titolo dell’album che ha dato la notorietà allo strambo duo inglese. Sì, perché la fama che ha portato la band sulle copertine di mezzo mondo e su palchi tra i più importanti (Glastonbury può bastare?), con tanto di endorsement di personaggi più o meno famosi e più o meno sulla cresta dell’onda (vedi alla voce Prodigy, Leftfield e John Lydon coi PIL), sembra non averla scalfita. Guardate i musicisti nella performance tenuta a Glastonbury: uno beve birra e preme un bottone alla volta su un pc sgangherato, l’altro mostra tutti i tic del mondo mentre blatera (a volte accenna pure un cantato melodico eh…) e infanga e sbrocca e sputa e suda e sfotte, reiterando con sempre più sfrontatezza quello che essi stessi definiscono come “electronic munt minimalist punk-hop rants for the working class”.

Qui si parla di dischi, certo, e non di performance live, ma il bello degli Sleaford Mods è che non cambia nulla o quasi tra le due dimensioni. Qui le canzoni sono lievemente più varie e il suono più pulito, l’enfasi minore, ma l’impatto iconoclasta, irriguardoso, sboccato e spocchioso, per certi versi, è sempre lo stesso: che sia l’ipnotica nenia sottotraccia di Arabia o il dubbone memore dei PIL (e qui tutto sembra tornare, se si aggiunge il cantato di The Blob) di Rupert Trousers, il funkettone astratto a cassa dritta di In Quiet Streets o l’ossessività reiterata dalle basi di Live Tonight, la frenesia post-punkabilly di No One’s Bothered o quella notturna e quasi elettro-dark di Cunt Make It Up, il procedere è sempre lo stesso e il risultato pure. Poche linee pre-settate di basso e batteria che più che minimali si direbbero proprio da discount dell’elettronica, e sopra Williamson che attacca tutto e tutti, con particolare attenzione a “sistema capitalistico, politiche governative, comportamenti umani destinati all’alienazione”. Ma lo fa senza porsi su un piedistallo, anzi schivandolo e schifandolo, partendo dal basso, dalla realtà quotidiana, sua e nostra, perché lo «slang, il turpiloquio, sono qualcosa che faceva e fa parte della mia quotidianità, delle mie giornate da disoccupato passate dentro i pub, più di qualsiasi altra cosa». Dividi ed esisti, dividi e resisti. C’è qualcosa di più punk?

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