• Feb
    22
    2019

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Merge

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La carriera di Michael Benjamin Lerner, al secolo Telekinesis, appena dieci anni fa sembrava luminosa e lastricata d’oro. Era il 2009 e l’eponimo album d’esordio, meritevole di un sette abbondante e missato con l’aiuto di Chris Walla, su queste pagine veniva accostato a Decemberists e Dinosaur Jr ed accolto come promessa del power-pop statunitense. Da quel momento però la missione di bissare o, addirittura, superare quel bel lavoro iniziale si è rivelata una sfida quasi sempre persa: troppo innocuo e confuso 12 Desperate Straight Lines, migliore ma incompleto Dormarion e poi, ultimo in ordine di tempo, Ad Infinitum. Qui il Nostro era balzato dal power al synth pop (con la new wave nel cuore), producendo risultati non certo entusiasmanti.

Poca personalità, atmosfere maledettamente smooth e un’apparenza eccessivamente nice (così Pitchfork parlando di Dormarion) sono con buona probabilità i grandi limiti di una carriera che, nonostante sia arrivata al giro di boa dei dieci anni, fatica a scrollarsi di dosso queste etichette. La conferma viene proprio da Effluxion, ultimo lavoro in studio dell’artista di Seattle. Già terminato il flirt con i synth, ritorna tutta la strumentazione al completo del semi-one man band (persino gli ottoni) e con essa il pattern consolidato delle precedenti produzioni: inizio in sordina, breve crescendo ed esplosione controllata. Tutto ciò, moltiplicato per dieci tracce, non riesce a dare nemmeno lontanamente l’idea di “flusso” che il titolo vuole suggerire, piuttosto di qualcosa di volatile, che sfugge via in un momento e fatica a restare (il tempo totale dell’album è di appena 30 minuti). Quindi, oltre a qualche solito riferimento tra Beatles e Teenage Fanclub (Cut the quick, Like nothing, Suburban Streetlight Drunk) o isolati sprazzi ispirati (Set a Course), non c’è più traccia di quel ragazzo che dieci anni fa somigliava a Colin Meloy e di Effluxion non resta altro che l’idea di un consumabile disco per l’estate.

7 Marzo 2019
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