Recensioni

7.2

La collaborazione tra i Tempelhof & Gigi Masin torna dopo due anni con un nuovo, e ancora una volta affascinante, percorso emotivo e sensoriale. Ambient delicata e sognante che incontra suoni black e atmosfere orientali, passa per l’elettronica più onirica e il post-rock, sfiora e ingloba talvolta il jazz. È un viaggio rilassante tra varie influenze musicali di tutto il mondo. Così come per il precedente Hoshi, esordio del 2014, la formula risulta più che interessante e di ottima qualità. Unione che mette a stretto contatto le origini post-rock/elettroniche (We Were Not There For The Beginning, We Won’t Be There For The End) dei Tempelhof, duo mantovano composto da Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani, e i dipinti analogici di Gigi Masin, veneziano.

Già, i dipinti, le immagini. Il duo punta sull’aspetto fortemente evocativo della musica. Chiudendo gli occhi è facile perdersi in visioni di lande perdute, terre nordiche ma anche esotiche ricche di fascino. Si parte con Tuvalu, tra dolci note di piano, effetti, drum e voci di riti orientali, e il clima disteso, rasserenante, nordico ma non tetro, di Corner Song, che sembra trarre ispirazione dai mitici Boards of Canada di Music Has The Right To Children. Ma Tsuki è più della ambient introspettiva e dark di scuola mittleuropea (Komorebi). È capace di sorprendere con momenti coerenti col clima di sogno e distensione, e diversi nella musicalità. E lo dimostra con Vampeta, dove il beat chill-out incontra suoni tipici del jazz, trombe alla deriva, delicate e lamentose note di piano. Sembra di vivere una jam in spiaggia, all’alba. La versatilità e la continua variazione di stili danno qualità all’album. E così Blue 13 interrompe le situazioni ascoltate fino a prima, irrompendo dolcemente con un suggestivo e orchestrale pianoforte cui si aggiunge un canto sensuale, reso magnifico dai violini. Elementi ripresi più o meno in Treasure: qui, invece, l’influenza post-rock ipnotica (vedi Mogwai) dei Tempelhof è più viva. Labyrinth gioca con i synth creando atmosfere che riportano in Asia, Phanton Ship torna in percorsi ambient prima della ipnotica e suggestiva The Flying Man. L’uomo che prende il volo, forse diretto in altre dimensioni. La traccia suggerisce un clima epico, il piano colpisce dritto alla mente, l’eco delle voci incute una sensazione di trasporto e alienazione, amplificata dalla chitarra elettrica nel finale. È forse l’uomo che, al termine di un viaggio che non ha confini sonori e spaziali, e passa dalle terre fredde e grigie del nord Europa alle spiagge polinesiane, abbandona metaforicamente il mondo terreno.

Tsuki continua sull’onda del precedente lavoro ma aggiunge stili differenti, sonorità ricercate; riprende il post-rock dei Tempelhof e lo fa incontrare con le visioni elettroniche di Gigi Masin. È una visione aperta e trasversale del concetto di ambient ed elettronica soffusa. Sicuramente meritevole.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette