Recensioni

Al terzo giorno resuscitiamo con più fatica del protagonista indiscusso di questi giorni e rientriamo nel budello del Dal Verme maledicendo l’ultima codata d’inverno che, complice anche il traffico di Roma, ci fa perdere in toto l’esibizione iniziale di Acchiappashpirt, l’accoppiata Demented Burrocacao – Jonida Prifti. Peccato perché sentir parlare di Fluxus, sound poetry e installazione specifica per l’occasione e basata su qualche libro sui morti (attendiamo delucidazioni in merito) ci lascia una insoddisfatta sensazione in bocca. A seguire, colui che un tempo si sarebbe chiamato “l’headliner” dell’intero festival. Un Lino Capra Vaccina rientrato in pista via Die Schachtel col suo ormai introvabile classico Antico Adagio (accoppiato con inediti dalle stesse session), che in 45 minuti ha deliziato e ipnotizzato un pubblico attento e silenzioso. Il suo set di percussioni ed elettronica (“quelli che oggi si chiamano droni”, il Maestro dixit) è divenuto quasi plastica dimostrazione del concetto di alterità in quanto summa di curiosità, ricerca sonora e spirituale, irrequietezza interiore e tendenza onnivora, che, unite ad un procedere musicale fatto di compattezza e lucidità d’intenti, si sono fuse in quella che è a tutti gli effetti una musica globalizzata e globalizzante, fuori dall’hic et nunc in quanto insieme classica e atavica. Proprio come un antico adagio da tramandare.

A seguire, dopo tanta caliginosa e affascinante dispersione ci si ricompatta coi suoni, per certi versi simili, dei quattro marchigiani Tetuan e della strana accoppiata Great Saunites da Lodi e Attilio Novellino da Catanzaro, a dimostrazione dei percorsi “longitudinali” che talvolta può assumere l’Italian Occult Psychedelia. Compattissimi e devastanti i primi, capaci di mischiare stoner, psichedelia pesa, devianze kraute e squarci trasversali, tutti sempre in modalità circolare e reiterata, con particolare attenzione al groove e alla ciclicità. Sulla stessa falsariga i secondi, ibrido sonoro frutto dell’incontro (molto) a distanza – geografica ma soprattutto musicale – che portò a Radicalisme Mécanique e che conclude degnamente il Thalassa con un set in cui l’hard-rock psych & kraut dei lodigiani nelle sue smagliature più evidenti (a studiarne il percorso discografico è evidente lo sfaldamento del suono) si sposa alla perfezione con un Novellino più duro e noisey nel trainare e ricucire le slabbrature del duo basso/batteria.

Sensazioni diverse come diversa è ogni volta l’eccellente line-up del Thalassa, a quanto pare giunto con questa sua terza edizione al canto del cigno. Veramente un peccato per quello che, volenti o nolenti, dubbiosi o entusiasti, il festival delle “psichedelie occulte italiane” ha offerto in questi 3 anni. Un ponte, cioè, tra generazioni diverse accomunate da una sensibilità totalmente allineata nonostante background e provenienze ovviamente distanti; e un (im)materiale luogo di incontro tra esperienze simili, non strettamente dal punto di vista musicale, quanto da quello concettuale, che si sono finalmente raggrumate sotto una forma nuova di “scena”.

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