• Mag
    22
    2020

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Dirty Hit

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I The 1975 non si sono mai posti limiti, nel bene e nel male. In questo senso con il quarto – e pluririmandato – album Notes on a Conditional Form alzano ulteriormente l’asticella, impacchettando ben ventidue tracce per oltre ottanta (!!!) minuti di musica. All’interno di questo implacabile fiume discografico è ormai constatato da tempo che la vera cifra stilistica dei The 1975 è proprio quella di non avere una vera cifra stilistica, tanto che ormai è difficile lasciarsi sorprendere dai repentini cambi di registro e dalla vasta gamma di influenze e di generi toccati. Il trucco della band, semmai, sta nel riuscire a rendere “pop” qualsiasi elemento “non pop”. L’esempio più lampante a questo giro è Frail State of Mind, ovvero come rendere il 2step/UK garage via Burial materiale da top40 (esperimento tentato, con meno fortuna, anche in I Think There’s Something You Should Know e in Bagsy Not in Net).

Matthew Healy e compagni sono amanti della musica prima ancora che musicisti: è chiaro che amino ascoltare tutto quello che capita loro a tiro (vecchio o nuovo, non fa differenza) per poi cercare di riprodurlo in studio. È una cosa che fanno migliaia di band/artisti nelle proprie cantine/camerette, gli inglesi però hanno il passepartout per perpetuare questa dinamica in ambito mainstream, con i mezzi mainstream: se incappano in Phoebe Bridgers e se ne innamorano, in un attimo realizzano un – funzionante – brano sullo stile cantautorale/folk/americana di Phoebe Bridgers, con Phoebe Bridges stessa (Jesus Christ 2005 God Bless America).

Ufficialmente secondo capitolo del progetto Music For Cars iniziato dal precedente A Brief Inquiry Into Online Relationships, Notes on a Conditional Form è nuovamente un lavoro ancorato spasmodicamente alla contemporaneità post-moderna: la confusione regna sovrana, ed è una confusione probabilmente ragionata per frammentare i cardini della logicità. Iniziare l’album con un monologo di Greta Thunberg e chiamarlo 1975 come le opener degli album precedenti? Perché no! Intitolare una traccia The End (Music for Cars) e metterla in terza posizione in tracklist invece che posizionarla come conclusione dell’intero progetto? Perché no! Intensificare gli elementi elettronici e – parallelamente – aumentare gli episodi prettamente acustici? Perché no! A prescindere da tutti gli elementi stilistici e da tutte le persone coinvolte (è presente anche FKA Twigs, ma vi sfidiamo ad individuarla), gli inglesi danno il meglio quando parlano la semplice lingua del pop-rock mentre, come in passato (Give Yourself a Try ad esempio), sono sempre un po’ didattici quando si avventurano in territori più graffianti e tipicamente rock: People con il suo telefonato riff-o-rama garage e le urla di protesta alla Refused risulta abbastanza indigesta.

Nonostante siano ancora tra le band pop-rock più potenti a livello mediatico (o, meglio, una delle poche rimaste), ultimamente i Nostri hanno forse perso un po’ della loro forza in ambito charts&sales (trovando sempre più consensi tra gli addetti ai lavori). Anche questa volta però non manca il brano in grado potenzialmente di scardinare le classifiche: If You’re Too Shy (Let Me Know), un frullato/summa delle precedenti hit con due piedi immersi nelle paludi da 80s one hit wonder. Ovvio singolo anche la primaverile e jangly Me & You Together Song che sarebbe stata una perfetta soundtrack per un film del 1995 ambientato in una qualche high school americana, con tutti i cliché annessi.

Su ventidue tracce è inevitabile la presenza di tracce più deboli, quello che preoccupa però è il peso specifico complessivo di questi filler all’interno dell’intero lavoro. A conti fatti ci sono troppi passaggi a vuoto, troppi brani indistinguibili anche dopo qualche ascolto, troppi momenti che si tramutano in pura – e neppure troppo piacevole – background music senza arte né parte. Di questi brani alcuni sono privi di mordente (The Birthday Party, Guys), altri di direzione (Tonight (I Wish I Was Your Boy)) altri invece semplicemente sono musicalmente troppo cheesy per poter resistere per più di qualche secondo (Roadkill o Playing On My Mind ad altezza Ed Sheeran). L’impressione è che l’equilibrio trovato in extremis sugli album precedenti stia iniziando a scricchiolare, pericolosamente appesantito da una ispirazione altalenante e da una ambizione che cozza con il contesto mainstream in cui si muovono.

Dopo quasi dieci anni di strabordante discografia è giunto il momento di inquadrare la band per quello che è, ovvero una macchina da singoli (quasi trenta in quattro album!!) che difficilmente verrà ricordata per i propri album che, per chi vi scrive, continuano a strappare una risicata sufficienza.

23 Maggio 2020
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The 1975

I Like It When You Sleep for You Are So Beautiful Yet So Unaware of It

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