• ago
    26
    2016

Album

Relapse

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Jimmy LaValle, in arte The Album Leaf, è uno di quegli artisti che hanno saputo mettersi in gioco in alcuni momenti della propria carriera, seppur cautamente. Lo notammo quando iniziò a far scivolare timidamente i suoi testi tra le dita dell’indietronica di matrice islandese, nonostante lui sia originario di San Diego, o quando si dedicò all’album collaborativo con Mark Kozelek nel 2013 – una chicca, per inciso. Meno cauto, adesso, il passaggio dalla Sub Pop alla Relapse, etichetta metal, che avrebbe potuto rivelarsi un autogol: così non sembra, almeno per ora.

Nell’arco di sei dischi il suo sound si è evoluto lentamente ma in maniera costante, dall’indie tinto di chitarre post-rock à la Múm, arrivando alla preponderanza del pianoforte à la Notwist, fino a sprazzi di elettronica filo-mitteleuropea. Mutato è anche il processo genetico alla base della sua musica, dal momento che si passa da un unico autore delle composizioni al coinvolgimento di una vera e propria squadra di produzione, come durante la stesura del precedente A Chorus of Storytellers. Il Nostro assimila empaticamente gli input dall’esterno, introiettandoli e arrivando al sesto disco firmato The Album Leaf, dopo diciassette anni passati a guadagnarsi la stima del pubblico ma soprattutto dei colleghi musicisti.

Se è vero che il Nostro ha corso dei rischi, è vero anche che non sempre ha eccelso, come nel caso dei testi ancora molto ordinari di Between Waves, convenzionali nel descrivere grandangoli paesaggistici, elementi naturali, notturni, o negli eccessivi esercizi di stile a marchio Múm o Sigur Rós. La malinconica title track – qui il videoclip – rappresenta visivamente, testualmente e musicalmente l’immersione del cantautore in questa dimensione naturalistica, così come New Soul. Ma d’altronde, da un autore quasi prettamente strumentale che si costituisce come ovulo fecondato dalla musica islandese e nord europea, cosa ci si potrebbe aspettare se non esattamente la proiezione del proprio mondo interiore nelle “piccole cose” della natura fredda e ventosa? Che male c’è, per chi non è necessariamente votato a cambiare le sorti della popular music, nel restare ben ancorato a un genere (post-rock, indietronica, elettronica ambientale e orchestrale, eccetera) già battuto e nel farlo bene?

Con Between Waves, però, il cantautore americano compie due passettini in avanti, che riguardano soprattutto la parte ritmica e l’accento più marcato sull’elettronica, il che spiega la presenza di una versione deluxe con i remix di Lorna Dune, Daedelus, Keith Sweaty e Dntel. Il ritmo risulta più deciso (Back to the Start), i brani sono più palpabili, più modulati (basta ascoltare False Down), la “sideralità” viene sostenuta dai rullanti incalzanti delle drum machine, anche in controtempo o in sincope, tanto da far ricordare (solo per due secondi, non trasalite!) i Battles, come in Lost in the Fog. Sul cantato abbiamo ancora delle remore, considerato l’abisso che esiste tra gli episodi in collaborazione col già citato Kozelek o con Peter Broderick, e le canzoni cantate da LaValle. E questo perché lui non è un cantante, ma un musicista, uno di quelli perfetti per le colonne sonore (si veda Torey’S Distraction), che ricerca quella sperimentazione à la Brian Eno, la malattia per la purezza del suono. Questo album assomiglia a una preparazione, a un lento risveglio dopo anni di sonno; godibile certamente, ma che si spera sia più una promessa che un punto d’arrivo.

26 agosto 2016
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