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  • Giu
    01
    1967
  • Mag
    26
    2017

Classic

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Il gruppo musicale più famoso di sempre, uno dei dischi più famosi di sempre, una delle copertine più famose di sempre…  Phew! Calma e gesso. Evitiamo acrimonia per la pletora di stampe e ristampe, mix, remix e stramix: business is business. Invece proviamo sana invidia per chi non ha mai/ancora ascoltato Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band: a loro pensiamo scrivendo questa recensione a CINQUANTA anni dalla pubblicazione dell’ottavo album dei Beatles, cercando di non rovinare troppo la sorpresa, e tenendo la soglia delle aspettative ad un livello ragionevole. Diciamolo subito: l’opera d’arte più significativa del 1967, ma non necessariamente capolavoro inscalfibile. Disco irrinunciabile nella storia della musica, non solo pop, ma non impeccabile, ci mancherebbe. Concept album? Discutibile. La canzone eponima è stata pensata e realizzata solo a lavori avviati, il flusso di senso tra i brani si interrompe già dopo due tracce (anche se sul vinile il microsolco è distribuito in modo continuo: tutte le canzoni non vengono segnate separatamente), mentre la reprise sul lato B non riesce a chiudere il cerchio e si fa scappare la (clamorosa!) conclusione. Album centrifugo e proteiforme, psichedelico e astuto, è anche nella sua non-monolicità che il Sergente trova forza e coesione, specchiando e riassumendo le contraddizioni in technicolor della Summer Of Love.

I Beatles sono morti, viva i Beatles. Chi scrive si ascrive tra coloro che vedono nell’iconica-è-dir-poco copertina la rappresentazione di un gioioso funerale. Questo è il primo album a uscire dopo la decisione presa dai Fab Four di non esibirsi più dal vivo: finalmente liberi di proseguire senza ulteriori noie in quella vertiginosa crescita creativa già delineata da Rubber Soul e Revolver Sergeant Pepper è superiore a Revolver non nella forma, ma nello spirito», dice Ian MacDonald, e chi scrive sottoscrive), utilizzando come strumento compositivo non tanto lo studio di registrazione in sé (ancora tecnologicamente limitato, pur se al tempo all’avanguardia) quanto il cervello del deus ex machina George Martin e dei tecnici di Abbey Road, maestri di problem solving produttivo di fronte alle sfide poste dall’immaginazione di Paul e John. Riferimenti principali? Brian Wilson e Frank Zappa. Pur consci che mai come in questo caso il risultato complessivo sia maggiore della somma delle sue parti, affrontiamo l’album (peraltro fisicamente un bellissimo oggetto: copertina apribile, con i testi stampati sul retro e i gadget da ritagliare, tra cui un paio di baffi e i gradi da sergente) traccia per traccia, canzone per canzone. Pronti?

«We hope you will enjoy the show». Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: l’ouverture. L’orchestra si accorda, comincia lo spettacolo. Il brioso scambio di battute tra heavy rock hendrixiano (guarda caso Jimi aveva cominciato a proporne la cover dal vivo già due giorni dopo l’uscita del disco) e quartetto edoardiano di corni inglesi (arrangiato da Martin) è pensato per introdurre il gioco (a proposito: il nome viene da un gioco di parole. “Sale e pepe” -> “salt ’n’ pepper” -> Sergeant Pepper): i Beatles si travestono da Banda dei Cuori Solitari, in una sorridente mascherata proto-glam e parodia dei gruppi coevi westcoastiani (tipo “Soft Joe’s Travelling Medicine Band With Knobs On”, scherza Paul nell’intervista concessa per l’ultimo numero di Mojo). Con With A Little Help With My Friend il gioco continua: l’opening track si collega direttamente alla seconda, lanciando, tra urla beatlemaniache, «the one and only Billy Shears», impersonato da Ringo, nel suo spazio dedicato come da tradizione fino a quel momento mantenuta in quasi tutti gli album (non in A Hard Day’s Night). Semplice e infantile: sono difetti? Se sì, lo dovrebbero essere anche per la canzone seguente. «Picture yourself in a boat on a river / With tangerine trees and marmalade skies»: sì, Lucy In The Sky With Diamonds. Un disegno fatto all’asilo dal figlio Julian accende la scintilla di Lennon, che si ispira al suo eroe Lewis Carroll e, con qualche piccolo aiuto da parte di McCartney, sforna una sghemba avventura Alisergica Attraverso Lo Specchio. Poco importa che il richiamo all’LSD delle iniziali dei nomi del titolo fosse stato intenzionale o meno. La shubertiana introduzione suonata da un tremolante organo Lowrey e il bordone orientaleggiante di tanpura alimentano l’atmosfera sognante, dove ripetutamente si incunea un ritornello incongruamente squadrato; le voci sono velocizzate per dare ancora più tono fanciullesco. Getting Better e Fixing A Hole sono standard mccartneyani: congegni di naturale furbizia compositiva, si fa gran fatica a definirli riempitivi, anzi! E se invece proprio qui, tra le canzoni meno ipernote del lotto, si manifestasse la forza senza tempo del Sergente? Delle due, la prima è una delle canzoni più tipicamente beatlesiane dell’album, con testo triviale e ottimista (il bastian contrario Lennon chiosa in falsetto «Can’t get no worse!»), ritmo sostenuto à la Penny Lane (che, accoppiata con Strawberry Fields Forever per uno dei 45 giri più belli dell’universo, era stata fatta uscire nel periodo natalizio del ’66 nelle more realizzative del long-playing) e arrangiamento magistrale. Il talento assoluto di Paul come bassista emerge anche nella seconda, costruita sul suono del clavicembalo e prodigio di progressione armonica, impreziosita da un efficace assolo di George Harrison. She’s Leaving Home è uno dei gioielli della corona: terzo pezzo di fila con Paul autore e solista (è la prima volta che succede in un album dei Beatles, segno del forte peso di McCartney nell’economia di Sgt. Pepper), è un mirabile “racconto breve” cameristico per voci (con ritornello a struttura a domanda e risposta, con contrappunto di Lennon) e orchestra (arpa e nove archi, diretta da Martin ma composta – scolasticamente – da Mike Leander), con malinconica struttura che rispecchia il dolente contrasto generazionale dipinto dal testo, probabilmente ispirato da un episodio di cronaca (così come A Day In The Life). Anche Being For The Benefit Of Mr. Kite! prende le mosse dal vero: Lennon prende un poster d’epoca che pubblicizzava il Circo Reale di Pablo Fanque e gli dà corpo, anima e segatura. Miracolo di artigianato cut & paste di George Martin e del fido Geoff Emerick, che giocando con l’aleatorietà cageana, creano un (in)credibile luna park psichedelico.

La scelta di aprire il lato B con Within You, Without You è sorprendente ma non troppo. Non è la prima volta che, su iniziativa di George Harrison, in un disco dei Beatles ci si imbatte in un pezzo di diretta ispirazione indiana: già in Revolver era stata inserita Love You To (senza considerare il sitar di Norwegian Wood e il tanpura di Tomorrow Never Knows). Nessuna struttura armonica, il dilruba (violino a una corda) in unisono con la voce, più sitar, tanpura, tabla e svarmandal (una sorta di cetra con corde metalliche, già utilizzata per Strawberry Fields Forever): Harrison è qui l’unico dei Fab Four a cantare e suonare, accompagnato solo da musicisti indiani e da un ensemble di archi inglesi (più il factotum Neil Aspinall a pizzicare il tanpura). Il testo è una collezione di frasi ad effetto moralistico-spirituali, riscattato dalle autoironiche risate aggiunte alla fine del pezzo. Testimonianza tutto sommato affascinante delle ispirazioni orientaleggianti del periodo, al di là degli incensi e delle ghirlande di fiori. When I’m Sixty Four: inconfondibilmente mccartneyana, scritta da Paul già molti anni prima (usata come riempitivo nelle prime esibizioni dei Quarrymen), ravvivata da un arrangiamento sbarazzino con trio di clarinetti e campane, è una nostalgica puntata nel vaudeville, «un’affettuosa satira sulla vecchiaia, vista con gli occhi di un ragazzo» (G. Martin), con la voce dell’autore accelerata per sembrare più giovane. «Standing by a parking meter / When I caught a glimpse of Rita»… Scritta da Paul (e cantata con voce anche qui velocizzata), costruita su un testo ritmicamente arguto che tratta di un timido tentativo di approccio nei confronti di una vigilessa/ausiliaria del traffico, Lovely Rita fa della sua disarmante leggerezza il suo punto di forza. L’arrangiamento è animato da curiosi accorgimenti, tra cui i suoni di pettini ricoperti di carta igienica, un assolo honky tonky di George Martin, e un finale psichedelico sospirante e ansimante, ispirato da alcuni momenti free di Freak Out! delle Mothers e poi fonte di ispirazione per i primi Pink Floyd (guarda caso presenti negli Abbey Road Studios durante le registrazioni del Sergeant). Good Morning, Good Morning: «I’ve got nothing to say but it’s OK». Per questa canzone sulla vuota vita del cittadino medio Lennon prende spunto da un commercial dei Kellogg’s Corn Flakes (con l’immancabile gallo a dare la sveglia): satira disincantata (con tanto di citazione della soap opera Meet The Wife) costruita su una struttura metrica complessa e naturalmente indisciplinata, a cui dà nerbo una graffiante sezione fiati. La parata degli animali (gallo, gatto, cane, cavalli, pecore, leoni, elefanti, cani e cavalli di una caccia alla volpe, mucca, galline) è direttamente ispirata dai suoni che chiudevano Caroline, No di Pet Sounds. Il verso finale delle galline viene mirabilmente cucito sull’attacco della reprise di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ideale chiusura dello show prima del clamoroso bis: meno di ottanta secondi per una versione più veloce e compatta della title track, scandita dalla batteria di Ringo. L’idea della reprise parrebbe che sia venuta da Neil Aspinall, ma non si può non ricordare come lo stesso accorgimento fosse stato già utilizzato da Zappa per chiudere Absolutely Free (registrato nel novembre del ’66, e pubblicato pochi giorni prima di Sgt. Pepper).

The End? No. A Day In The Life non può essere inscatolata. Come e più di Lucy In The Sky, la canzone risulta da una geniale fusione di due corpi distinti: John e Paul uniscono due visioni sull’assurda insensatezza della vita, unite da due avanguardistici glissando orchestrali di terrificante potenza. Come e più di Lucy In The Sky, psichedelia in full effect. L’accordo finale, somma di tre pianoforti suonati a dieci mani e quadruplicato con il multitrack, viene lasciato risuonare per cinquanta lunghi, rotondi, secondi. The End? No, almeno non per la prima edizione inglese dell’album: un fischio a 15 kHz preannunciava (ma solo ai cani, per noi umani è ultrasuono) un loop astratto di voci e suoni proposti in un locked groove potenzialmente infinito. Disco con i baffi, ancora gradevolissimo da ascoltare in qualsiasi delle sue forme (edit, riedit, superedit; mono, stereo, 5.1, E=mc2), fresco e sorprendente.

26 Maggio 2017
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The Beatles

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Deluxe Edition)

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