• Nov
    09
    2018

Classic

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Mezzo secolo fa. Ci stiamo abituando ormai a questo carotaggio storico, eppure – malgrado la quotidianità o quasi delle ricorrenze subito promosse al rango di eventi – se ti fermi a pensarci puoi avvertire comunque la vertigine di una cosa come: mezzo secolo fa. Il caso specifico è però davvero epocale: l’omonimo dei Beatles rappresenta uno di quegli accadimenti spartiacque che dopo tanto tempo, dopo tanti eventi, non smette di affascinare. Per la sua bellezza travolgente e composita, certo, così come per la giostra di contraddizioni che lo costituiscono, contraddizioni interne ma anche discontinuità nei confronti del percorso artistico beatlesiano e – last but not least – per le fratture (musicali, culturali, politiche) rispetto ai giorni in cui vide la luce.

Mi ha detto recentemente un amico che visse in tempo reale – e comprensibilmente con grande partecipazione emotiva – la sequenza di album prodigiosi sfornati dai Fab Four lungo i Sixties, che in realtà non si trattò di un vero shock: «da Revolver in avanti», sono più o meno queste le sue parole, «avevamo capito che dai Beatles dovevamo attenderci sempre qualcosa di sorprendente». Impossibile non concordare. A mio avviso però col White Album i Fab Four si presero il lusso di colpire molto duro e davvero forte: quella copertina bianca, appunto, dopo la fantasmagoria del Pepper (e del Magical Mistery Tour), il titolo assente opposto alla verbosità immaginifica di Sergent Pepper’s Lonely Heart Club Band, il senso stesso di album già messo in discussione dopo averlo condotto fino a un apice inaudito solo l’anno precedente, la dimensione concettuale sgretolata sotto il peso di una scaletta eterogenea, discontinua, priva di un qualsivoglia filo conduttore. Inoltre, ed è forse l’aspetto più importante, la coesione stessa della band viene qui messa fortemente in discussione, messa in crisi dagli eventi globali (l’avvitarsi pernicioso della rivoluzione culturale, il bisogno di cercare motivi anche spirituali – vedi la missione in terra indiana – oltre la retorica già logora della summer of love) e personali (la morte di Brian Epstein, il deteriorarsi dei rapporti tra i quattro – soprattutto tra Lennon e McCartney – anche per la presenza sempre più costante e ingombrante di Yoko Ono…). Sembrerebbe proprio il bisogno di concedere spazio alla creatività dei singoli (e spazio vitale tout court) a pesare sulla scelta – coraggiosissima per i tempi, anche se ti chiami Beatles – di far uscire un album doppio (il primo ad azzardare questa modalità fu Dylan, ça va sans dire, con l’immenso Blonde On Blonde del maggio ‘66).

Mi piace insomma pensare che nello scricchiolare del monolite-Beatles in molti abbiano avvertito anche il vacillare degli stessi 60s, con tutto ciò che avevano significato fino a quel momento. Lo dicevano del resto anche quelle canzoni, ben trenta, tra le quali corre non un filo conduttore, non un tema – certo che no – ma senz’altro una vibrazione di sconcerto e disincanto, un implodere nel particolare, un accigliarsi di quello sguardo che solo pochi mesi prima, pur tra inevitabili inquietudini, si rivolgeva a una prospettiva in espansione, a un mondo (e a una visione del mondo) da (ri)costruire. Pesa certo nella ricostruzione storica il modo in cui molti dei pezzi ebbero origine, ovvero l’esperienza del ritiro a Rishikesh, in India, dove dal febbraio del ‘68 i quattro (assieme alle compagne e ad altri, tra cui Mike Love e Donovan) si sottoposero alle sapienti cure spirituali del guru Maharishi. Dalla meditazione trascendentale alla disillusione plateale (anche per George Harrison, il più entusiasta di tutti) occorsero circa due mesi, passati i quali i Nostri rientrarono alla base vagamente scornati ma carichi di idee già abbastanza sviluppate. Solo che, come dire, in molti casi si trattava di idee (leggi: canzoni) che ognuno aveva sviluppato da sé e per sé. Correva ormai una certa insofferenza tra gli “scarafaggi”, persino tratti di diffidenza che si avviava a degenerare in vero e proprio odio. Andrebbe ricercata qui la radice di certi giudizi non proprio lusinghieri degli stessi Beatles (soprattutto di Lennon) sui pezzi altrui finiti nella scaletta definitiva (va detto che Lennon non risparmiò neanche i propri). Eppure questo scollamento – reso anche iconograficamente dalle quattro celebri foto che li ritraggono isolati e corrucciati nel libretto interno – è parte integrante della storia che il White Album continua a raccontarci.

Con lo spettacolo del loro sgretolarsi, i Beatles riuscirono a mettere in scena anche il senso profondo di quei giorni, la vibrazione nascosta sotto i moti di rivolta, sotto un’idea di rivoluzione troppo unificante per essere vera, credibile. Dalla beffa trascinante di Back In The U.S.S.R. alle puntualizzazioni asprigne di Revolution 1, passando per il sarcasmo di Piggies e lo scetticismo languido di I’m So Tired, è un disco che prende le distanze da posizioni ideologiche nette, muove critiche al modello occidentale ma non sposa affatto le sirene provenienti da oltre cortina: se dobbiamo distillare una costante “politica”, è il rinculo in se stessi, il tentativo di fare i conti coi rovelli irrisolti e quotidiani, persino uno sfoggio di puro slancio vitale, sacrosanto disimpegno, rifugio nel privato. A tal proposito, per un McCartney che dedica il musical jazz di Honey Pie al padre, c’è un Lennon con la delicata meditazione sulla figura materna di Julia, per una I Will dedicata da Paul a Linda Eastman, c’è una Good Night dedicata da John al figlio Julian (ma affidata alla voce di Ringo).

Un giochino che, se condotto su territori controfattuali, porta a ipotizzare almeno due album solisti (due ottimi album) dei due principali autori del quartetto opportunamente miscelati e dissimulati in questo album epocale: si vedano anche i capolavori Mother Nature’s Son, Blackbird e Helter Skelter (con relative ricadute mansoniane…) da parte di Macca, mentre sul versante lennoniano ci sono (almeno) le ottime Dear Prudence, Happiness Is A Warm Gun e Glass Onion (col pedale del nonsense al massimo per sbertucciare quanti cercavano messaggi nascosti ovunque: i quali ovviamente ne trovarono pure qui). A ciò si aggiunga il salto di qualità ragguardevole messo a segno da Harrison, autore – oltre alla già citata Piggies – della eterea Long Long Long, della sferzante Savoy Truffle e della meravigliosa While My Guitar Gently Weeps (per George sarebbe stato un EP eccellente, una tacca migliore di Wonderwall Music, l’album-soundtrack che lo aveva visto debuttare da solista pochi giorni prima, il 1 novembre). Sia messo agli atti infine che per la prima volta anche il buon Starkey mise la firma su un brano, il più che dignitoso Don’t Pass Me By (che all’incirca significa “non fingere di non accorgerti di me”: ci siamo capiti, caro Ringo) risalente pare al 1964 però evidentemente mai giudicata meritevole (o coerente al progetto) di un album beatlesiano. Sia detto per inciso: per le relative copertine immaginatevi le suddette celebri foto, emblematicamente corrucciate.

Ma così, fortunatamente (?) non fu. Ne uscì il White Album, pieno di tutto quel che sappiamo, rispetto a cui musicalmente George Martin si confermò in grado di conferire struttura, classe, intuizioni che andavano ben oltre la professionalità, quel tocco da maestro insomma che a distanza di questi fatidici cinquant’anni rende l’ascolto ancora prezioso e avventuroso: si tratti del lalleggiare garrulo e scoppiettante di Ob-La-Di, Ob-La-Da o delle giustapposizioni ectoplasmatiche di Revolution 9 (per la quale il buon Martin utilizzò in contemporanea tre banchi di missaggio di Abbey Road opportunamente collegati – e non fu semplice dato che si trovavano in sale diverse). In questo senso la rimasterizzazione effettuata per la 50th Anniversary Edition rappresenta indubbiamente una manna dal cielo, il sound mi pare che ne esca sensibilmente migliorato in termini di nitidezza e calore, soprattutto per quanto concerne le voci. Ma il sottoscritto è tutto fuorché un audiofilo attendibile, inoltre resto convinto che il valore aggiunto di questo cofanetto appena uscito per la gioia dei fan (e il dolore della loro carta di credito) sono casomai e banalmente i quattro cd zeppi di bonus tracks. Grazie ai quali acquistano quindi ufficialità nella discografia ufficiale i mitologici Esher Demos, ventisette pezzi pubblicati parzialmente (soltanto sette) sulla Anthology e per il resto disponibili finora solo come bootleg. Si tratta dei primi provini per il nuovo album, realizzati a Kinfauns nel maggio del ‘68, la residenza di Harrison a Esher, nel Surrey. Questi e le cinquanta tracce degli altri tre cd, provenienti dalle session di lavoro ad Abbey Road, non dicono molto altro su ciò che già sapevamo. Ovviamente puntano non poco a stuzzicare il feticismo dell’appassionato (dal semplice simpatizzante al fan terminale), a cui non parrà vero che gli venga concessa la possibilità di scorgere dal buco della serratura direttamente nel salotto mistico in cui si fa(ceva) la Storia. Eppure, stabilito che si tratta di un gioco delle parti, funziona. Eppure, tutto ciò è – come dire – sensato.

Mi è capitato di leggere articoli che descrivono la leggendaria first version di Helter Skelter lunga quasi tredici minuti come «il pezzo più sperimentale che ascolterete quest’anno»: cazzate. Sono affermazioni da lancio pubblicitario, sensazionalismo a gratis. La Helter Skelter estesa – trattasi della take 2 – è più lenta e livida rispetto alla travolgente versione finale, è come un blues raggelato, senz’altro affascinante (e pure inquietante) ma non certo “sperimentale”, neppure all’epoca poteva venire considerata tale (alla luce di tutto ciò che girava intorno: da Hendrix ai Pink Floyd, da Zappa ai Pretty Things e via discorrendo). Le sorprese ci sono, certo, ma non vanno cercate né messe su questo piano. Su questo piano possiamo anzi sostenere risolutamente che il prodotto finale è infinitamente superiore ai lavori in corso (potevamo dubitarlo?). Tuttavia, c’è del bello e del valore in queste incisioni (molte delle quali inedite), ed è proprio lo spettacolo del loro farsi, la ricerca delle potenzialità dei pezzi, il senso di esplorazione, quel muoversi da rabdomanti con cui i quattro inseguivano l’estensione e la profondità giusta.

Consegnato alla storia, il White Album ha saputo imporre la propria forma definitiva, ma questi settantasette ulteriori fotogrammi ci regalano (ok, nessuno qui regala nulla, ma ci siamo capiti) una dimensione alternativa dei fatti, un percorso ucronico che, proprio per l’importanza storica del disco in questione, suggerisce la possibilità che la storia avrebbe potuto essere anche significativamente diversa. Avremmo potuto avere una Helter Skelter chilometrica appunto, più kraut-wave che hard rock (ok, forse un pizzico sperimentale quella first version lo è…), o una Cry Baby Cry melmosamente blues, o una While My Guitar malmostosamente acustica, oppure – e faccio fatica a immaginarlo – avremmo potuto trovarci in scaletta (e chissà in quale punto della scaletta!) la Child Of Nature di Lennon – che poi con un testo diverso diverrà Jealous Guy (meglio così) – o addirittura una versione piuttosto speziata di Let It Be… Il film mentale che viene da farsi è di un lavoro incredibilmente artigianale, di un navigare a vista impensabile secondo i criteri contemporanei, soprattutto – ripeto – se li applichiamo a un album di cotanta importanza. Il lavoro dei Beatles è un lavorio, sembra il contrario della pianificazione e della produzione – e quindi della pianificazione del prodotto – a cui la prassi si è allineata e ai cui risultati ci siamo ormai assuefatti, ed è straniante rendercene conto traccia dopo traccia, take dopo take.

Intendo dire che, al di là della componente feticistica retromaniaca (che c’è, certo che c’è), al di là di una nostalgia pelosetta e intellettualmente comoda, quello che possiamo trovare e che forse dovremmo cercare in questa ristampa/celebrazione è tutto un senso di fare musica, ad alti anzi altissimi livelli, ma senza lasciarsi dominare dal bisogno di controllare e pianificare tutto, lasciando che l’espressione sia fatta anche di errori, di estemporaneità, di incidenti ed estro momentaneo. Può sembrare poco, ma è moltissimo. Cazzo se lo è.

22 Novembre 2018
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