• apr
    21
    2017

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I Black Angels da Austin, Texas, sono uno dei più significativi act psichedelici della generazione attuale, e legano con un sottilissimo fil rouge la tradizione sixies e i propri demiurghi ad un’attitudine moderna e tesa verso la manipolazione del suono; senza dubbio, durante il loro ondivago e peculiare percorso, i texani sono sempre stati considerati come unici ed autentici portatori di fede presso una nuova generazione di psych head, ben più vicini alle punture garage o alle tavolozze monocolore e sature dello shoegaze – e in ciò legittimati, anche e soprattutto, dalla benedizione di un vero e proprio padre putativo del genere, ovvero Roky Erickson dei 13th Floor Elevators (proveniente appunto dalla stessa zona geografica).

E così la band ha costruito il proprio culto un mattone alla volta, attraverso un immaginario che si rifà a quello dell’epoca aurea del genere, ma con un sound governato da un manierismo insolito, dotato di quel sopracitato retrogusto moderno, e da un timbro, da un’impostazione ben riconoscibili. Il culto si è poi espanso, e i Nostri si sono pure tolti lo sfizio di porre Austin al centro della cartina geografica della psichedelia mondiale, inaugurando il proprio rituale personale, l’Austin Psych Fest (ora Levitation, curato appunto dal vocalist Alex Maas e dal chitarrista e portavoce Christian Bland, oltre che da Rob Fitzpatrick e Oswald James), che con il tempo è divenuto la principale rassegna dedicata al genere (e non solo). Adesso che il giro di boa è compiuto, gli angeli neri di Maas&Bland tornano a undici anni dall’esordio Passover con un album che già dal titolo li riconcilia con le proprie origini – il nome della band si rifà infatti ad un brano dei Velvet Underground, intitolato appunto The Black Angel’s Death Song – e con un lirismo che, seppur avvalendosi di vie traverse, metafore e immagini più o meno vivide, tratta la materia politica e sociale in maniera lucida, a tratti feroce, sicuramente insolita per una band che dovrebbe crogiolare il proprio immaginario in rose e miasmi orientali, visioni estatiche e vergini spaziali.

I Black Angels sono noti per molte cose, forse un po’ meno per questo, ma è lapalissiano (e dichiarato dai membri stessi della band) che il primo significativo passaggio del loro percorso d’iniziazione sia proprio un attacco al sistema: quel Passover, dietro a muri di suono, southern rock pucciato nell’acido e viscerali vibrazioni, celava una critica affilata e schietta alla guerra in Afghanistan, e caricava un destro da sganciare sulla mandibola del governo di Bush jr. Non a caso, anche il successivo Directions to see a Ghost (a detta di molti, il loro capolavoro) era permeato di quell’atmosfera cupa e ondeggiante, crepuscolare, lasciando però un lume di speranza in fondo al tramonto; e non è un caso che i due album successivi, ovvero l’ottimo Phosphene Dream e Indigo Meadow, predecessore di Death Song, si fossero scrollati di dosso quello spettro politico – tuttavia non ingombrante – e lasciassero trapelare un’attitudine più aperta, a tratti insolitamente giocosa e caleidoscopica. L’atteso ritorno invece è sospinto dai venti di protesta e dallo sgomento suscitato dalla vittoria di Trump alle presidenziali, e i Nostri rispondono con questo album ad un’inevitabile chiamata alle armi; loro vivono in un luogo che è una delle ultime frontiere prima del Grande Muro, ergo, avvertono l’urgenza di opporsi a questa barriera, fisica, ideologica e sociale, o in qualunque altro modo la si voglia interpretare. Ma a priori da sillogismi accettabili ma alquanto affrettati, Death Song si presenta, con il suo nome sinistro, ben meno cupo e arido di quanto ci si aspettasse.

Il rendez-vous sonoro dei Black Angels pare proprio essere giunto al giro di boa, proprio come la loro carriera, e molti a questo punto si aspetterebbero una rinascita, una sorta di nuovo corso; invece l’album segue in maniera piuttosto prevedibile il cammino battuto dal suo predecessore, senza far trapelare l’urgenza di ridisegnare almeno in minima parte la mappa, di tracciare nuovi percorsi sonori: il tris di singoli che ha preceduto la release dell’album (Currency, I’d Kill For Her, Half Believing) infatti, non dovrebbe lasciar dubbi a riguardo, mentre è proprio nel midtempo ipnagogico della terza ed ultima scelta che si rintracciano sfumature più intriganti. Più o meno nel corso di tutto l’album i momenti più ispirati sono proprio i brani più cadenzati e riflessivi, come la processione solenne e decadente al tempo stesso di Estimate o gli intrecci di Comanche Moon, dal sapore molto old-school e che deflagrano in un ritornello che rievoca il motto Leary-iano “turn on, tune in, drop out” (qui è “inside/out, upside/down, all around, underground”). «Oggetti noiosi, questo è ciò che siamo», canta il cerimoniere Alex Maas, con la sua voce a metà tra il falsetto e il non-so-cosa, nella felpata e pungente, già dal titolo, Grab as Much (as you can): un’aura di disillusione si è comunque abbattuta sulle teste dei Nostri, come uno strano sortilegio dei pellerossa, ma a differenza di un tempo, i cinque di Austin riescono solo a tratti a trasmutare quell’introspezione rabbiosa, quel moto interiore, in vibrazioni che riescano realmente ad alzare l’ascoltatore di peso; non è che non ci provino, è che proprio non ci riescono più come un tempo: Death March è una scatola caotica e satura, straniante e sinistra, tre minuti e mezzo di follia che si stagliano con un’atrocità vivida nelle orecchie e nella mente dell’ascoltatore; aggredisce i sensi, come un raptus, come uno schizzo di Pollock. Purtroppo è un episodio isolato, come il mestiere, inconfutabilmente sedimentato nelle mani di questi musicisti, pare suggerire che un’altra via avrebbe poco senso ora come ora.

E se una nuova pelle musicale è difficilmente contemplabile, legittimo è sperare in un futuro più radioso: «One day this will be over», grida il refrain della tellurica Currency, che apre l’album, mentre Life Song lo chiude, e consuma in sei minuti di cavalcata lunare i ceri votivi accesi per chissà quale santo, in un clima di meditabonda e insolita malinconia (ma tremendamente sincera). C’è ancora tanta strada da percorrere prima di vedere l’alba, ma questo è probabilmente il miglior brano dell’album (insieme alla concitata I Dreamt, balletto-psych a metà tra i Doors e i Primal Scream), e beffardamente canta la morte («I’m dying, I’m dying») tra gli echi epici dei Pink Floyd di The Dark Side of the Moon, dipingendola con tutti i colori di un tramonto estivo, attenendosi al credo sciamanico dei loro avi, che occuparono quei territori prima dell’avvento dell’Avido Uomo Bianco: la morte non è solo la fine, ma è un nuovo inizio.

19 aprile 2017
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