Recensioni

7

Il Turn Blue che precedeva questo Let’s Rock è stato un album “minore” solo agli occhi di chi nei Black Keys ha sempre visto l’integerrima band garage-soul-rock figlia di riff come quello di Lonely Boy. A guardare i piazzamenti del disco nelle classifiche mondiali, ci si accorge infatti che il suddetto lavoro ha praticamente migliorato tutti i risultati raggiunti dal già fortunato bestseller El Camino, con scelte estetiche che peraltro spostavano il baricentro di Dan Auerbach e Patrick Carney verso un immaginario “atipico” per il duo, come la psichedelia. A quel disco sono seguiti, nell’ordine, un tour infinito e i consueti scazzi che nascono inevitabilmente tra i membri di un gruppo quando le situazioni vengono portate fino all’estremo (e su cui il video del singolo Go ironizza alla grande), concause che spiegano, assieme agli impegni familiari e professionali dei singoli, i cinque anni trascorsi aspettando il nuovo lavoro.

E allora un Let’s Rock che è un po’ un tornare alla base, un riallacciare relazioni umane e professionali dopo molto tempo, ma che in realtà deve il suo titolo alle ultime parole pronunciate da un condannato a morte del Tennessee (tale Edmund Zagorski) prima di finire sulla sedia elettrica – da qui l’amena immagine di copertina in stile Shocker. Trattasi tuttavia di un’invocazione buona per tutte le stagioni, che può essere estesa sia all’etica che al suono di questo disco: da un lato un ritrovare una nuova verginità fatta di idee e riff macinati come ai vecchi tempi e senza grossi trucchi da studio di registrazione, dall’altro un album che gode per un impeto chitarristico piuttosto trascinante, e quindi in tutto e per tutto “rock”. Un compromesso che non scontenta nessuno, insomma, nemmeno chi ai tempi dell’album precedente aveva tacciato il duo di essersi svenduto al mainstream più garantista.

Tutto questo non farà finire Let’s Rock tra i migliori album dell’anno, sia chiaro, eppure è difficile trovare un’altra band che riesca a suonare così fresca dopo nove album da studio e con un immaginario di riferimento che risale più o meno agli anni sessanta. Forse il solo Jack White solista è riuscito a rimodellare con altrettanta efficacia un percorso similare, tant’è che poi certe intuizioni timbriche dello stesso White spuntano fuori anche qui nei suoni delle chitarre o in assolo come quello di Breaking Down. Il resto è un giochicchiare con grande cognizione di causa e buona ispirazione tra boogie in chiave blues (Eagle Birds) e country-rockabilly in punta di slide guitar (Get Yourself Together), un retrogusto Rolling Stones anni settanta (Sit Around And Miss You sembra citare in certi fraseggi Gimme Shelter su una melodia in stile Paul McCartney, Lo/Hi pare uscita da dischi come Tattoo You) e un soul-rock bianchissimo che non sarebbe dispiaciuto agli Arctic Monkeys di AM (Tell Me Lies o Every Little Thing), sbandate hard cariche di testosterone (l’iniziale Shine A Little Light) e clonazioni di vecchi tormentoni (una Go ennesima declinazione del format Lonely Boy – e di mille altri brani garage in stile Nuggets)

Ecco, “divertente” è forse la parola più corretta per definire Let’s Rock, un termine scontato almeno quanto il titolo di questo disco. Nulla che metta in discussione codici stilistici acquisiti – in questo senso, Turn Blue ci era parso un po’ più coraggioso – eppure dodici brani che fanno muovere il fondoschiena rassicurando nel contempo sul buono stato di forma della band di Dan Auerbach e Patrick Carney. Gente sopravvissuta più che dignitosamente ai Duemila e allo schiacciasassi di una contemporaneità musicale sempre più inchiodata su un preoccupante produci-consuma-crepa, grazie al filtro seppia della nostalgia: se ci pensate, quasi dei miracolati.

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