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7.4

Lee Buford e Chip King, cantori dell’angoscia più nera, hanno costruito nel tempo una riconoscibile matrice estrema fatta di sludge, rumorismo crudo, aperture atmosferiche dark ed elettronica ossessiva, capace di materializzare ambientazioni totalmente disagianti. Stavolta, però, invece di avvolgerci in una dimensione altra e cupa, con I’ve Seen All I Need To See i due lanciano un vero e proprio assalto psicologico contro l’ascoltatore – e non poteva esserci un titolo migliore per farlo.

Se il buon… ehm… la brutta giornata si vede dal mattino – di quelli soffocati da nuvole basse e scure – l’apripista The Lament indica fin da subito il tenore complessivo dell’album: prendete il suono dei Wolf Eyes di Burned Mind, spolveratelo con un po’ di Khanate (urla lancinanti incluse) e passatelo in un compressore fino a slabbrarlo; aggiungente quindi cadenze apocalittiche e qualche melodia, ma solo per farla trapelare come una luce troppo fioca per scalfire realmente una coltre così densa. Bene, ora spezzettate questo marasma grondante ostilità in modo da creare un costante effetto di tensione e rilascio, fino a ottenere un risultato tanto ipnotico quanto frustrante, e il gioco è fatto.

Una vera e propria ode catartica alla distorsione che non si risolve tuttavia nel semplice eccesso di volume, perché il frastuono, comunque a livelli disarmanti, è trattato con un approccio colto attraverso un abile lavoro di produzione. Un metodo che in parte ricorda lo stupendo Double Negative dei Low, ma dove questi de-costruivano per ricomporre una forma canzone altra, i Body puntano alla totale distruzione delle nostre sicurezze mentali. Al contempo gestiscono il magma corrosivo con un intelligente gioco di variazioni che centra l’obiettivo pur mantenendo lo svolgimento concreto e perfettamente essenziale: dalle bordate di violenza che arrivano come schiaffi di They Are Coming (impossibile restare indifferenti di fronte a un brano del genere) alle nervosissime sospensioni catastrofiche di A Pain of Knowing; passando per saturi tiri sludge dal sapore powernoise e rivoli free pestoni, fino a catatoniche dilatazioni industriali che sembra di ascoltare gli Swans con i subwoofer scoppiati (Eschatological Imperative).

Inesorabile e travolgente, l’album si rivela il picco di estremismo assoluto nella discografia della band di Portland – si, molto più estremo della collaborazione con i Full Of Hell. In definitiva, perché accontentarsi d’altro quando ci si può distruggere il cervello con cotanta ineluttabilità. Potrebbe rivelare anche degli inaspettati risvolti terapeutici.

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