• Set
    25
    2015

Album

Third Man Records

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Nel recensire il disco di un (super)gruppo per inclinazione naturale poco attento all’etichetta, si può anche fare a meno delle regole. Quindi, perché no, possiamo iniziare a parlare della vera novità di Dodge and Burn, nuova fatica, la terza, dei Dead Weather: il pezzo finale. Sbarazzandosi per un istante del protocollo d’ordinanza heavy-blues-garage, il gruppo confeziona in zona Cesarini una ballata di tutto rispetto: con Impossible Winner Alison Mosshart piscia in testa, si perdoni il francesismo, a tante (quasi tutte?) le colleghe. Seppure in versione addomesticata (rispetto a quanto è solita fare qui o nei Kills), la Nostra firma con la sua bellissima voce un brano meraviglioso, lontano anni luce dall’universo sonoro della Third Man Records. Un’eccezione a distanza siderale da Nashville, dove è stato registrato il disco (in più riprese) e così lontana anche dalle altre canzoni nel repertorio dei Dead Weather: una partitura d’archi, un pianoforte a tratti dissonante e la batteria in sottofondo di Jack White; l’ex White Stripes, tra l’altro, si diverte parecchio dietro le pelli come testimonia il drumming entusiasta di Mile Markers. Chapeau.

Archiviato il capitolo slow, il resto di Dodge and Burn è la mazzata tra capo e collo che è lecito aspettarsi. Atmosfere sixties, bordate garage piene di raw power, chitarroni fuzzy e tanto, tanto casino (Open Up). L’iniziale I Feel Love (Every Million Miles) sembra una jam incazzata suonata dopo ripetuti ascolti dei primi due album degli Zeppelin. Un bel biglietto da visita, che fa il paio con il video diretto da Ian & Cooper (già vincitori di un Award): Allison che cerca di resistere, con scarsi risultati, alla furia degli elementi, e vola via. In pratica, quello che succede all’ascoltatore alle prese con l’intro marziale di Let Me Trough o con Three Dollar Hat: inizio malato, tanto da ricordare i Primus (?!) e White ad impersonare uno stralunato looser, poi la sua batteria che spinge, la chitarra di Dean Fertita che porta qualche vibrazione stoner (sempre sia lodato: cosa non fa con gli effetti in Dodge and Burn?) che entra, e parte la cagnara, con Jack Lawrence (The Raconteurs) a benedire il tutto.

Una condizione dello spirito per i musicisti americani, che scelgono di distinguersi più per un didascalismo puro, ragionato, consapevole e votato al vecchio r’n’r, piuttosto che soccombere dietro a virtuosismi fini a se stessi, del tutto assenti, o inseguendo utopiche rivoluzioni nel genere. Al loro posto ci sono stranezze, come l’improbabile botta e risposta al microfono (quasi stessero recitando) tra White e Mosshart in Rough Detective, strafottenze e frammenti: un lavoro di riscoperta di suoni, lick di chitarra, effetti, il tutto in un mix incendiario, più guitar oriented rispetto all’esordio di Horehound del 2009 e maggiormente affine all’intensità del successivo Sea of Cowards.

25 Settembre 2015
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