• Set
    02
    2016

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Pias

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The Divine Comedy, moniker dietro il quale si cela il cantastorie e menestrello nord-irlandese Neil Hammond da ormai più di 25 anni, ha sempre avuto un obiettivo che agli occhi della discografia contemporanea sembra uno scherzo: quello di raggiungere la perfezione della canzone pop (intesa in senso estremamente nobilitante) senza vendersi a usi di consumo (la patina vintage non è, come succede per molti altri artisti, uno specchietto per le allodole, ma un vero e proprio marchio DOC). Dopo aver toccato memorabili cime che riassumono questo pop nobile, intellettuale, art nouveau negli anni Novanta, Hammond ha provato la svolta con un disco – Regeneration (2001) – prodotto da Nigel Godrich. Nel frattempo, si è visto impegnato in una separazione con alcuni musicisti storici e in episodi di alterna fortuna (Absent Friends, Victory For The Comic Muse, e Bang Goes The Knighthood), tutti senza alcuna fretta. Così, a distanza di sei anni dall’ultimo vivace lavoro, l’ennesimo auto-prodotto esempio di chamber pop, ci ritroviamo questo Foreverland.

Il disco, a differenza dell’ultimo Bang Goes The Knighthood, è un’opera meno contemporanea, meno intessuta di riferimenti sociali, ma con un respiro più personale, senza rinunciare all’umorismo un po’ sbruffone che da sempre caratterizza la band. Intendiamoci, siamo sempre sotto il segno della bizzarria più assoluta (d’altronde è lecito aspettarselo da uno la cui hit più famosa è dedicata a una compagnia di pullman inglesi): l’opening Napoleon Complex è lì per mettere le cose in chiaro, con l’esaltazione dell’uomo dalla modesta statura su un pattern di archi che non riesce a nascondere una struttura ossea della canzone chiaro riferimento (=omaggio) a The Laughing Gnome di David Bowie. Difficile, per chi ha poca pazienza e poco orecchio per il citazionismo spietato, apprezzare Foreverland. Funny Peculiar, ad esempio, è un duetto con la compagna Cathy Davey ed è a dir poco stomachevole, fra riferimenti a Belle And Sebastian, ma soprattutto all’amatissimo Cole Porter.

In mezzo a una manciata di brani che non sfigurerebbero nella Theatreland londinese o in qualche musical di Broadway, Foreverland splende di più quando diventa giocoso (abbiamo già visto Napoleon Complex) come in Catherine The Great, un brano in perfetto stile Divine Comedy, con melodia fischiettabile, arrangiamento orchestrale e un testo che è una lezione di storia fine-a-se-stessa sulla più longeva sovrana russa. O ancora il divertissement in stile Disney golden-age che sta dietro a The Pact, una rivisitazione fin troppo tenera delle promesse matrimoniali.

Non si può non apprezzare il Divine Comedy pieno di umorismo barocco, instancabile, e i momenti migliori sono forse quelli in cui il disco respira di più. To The Rescue, per esempio, è molto lontana dall’umorismo (rosa, nero o quant’altro) della band, eppure è un brano pop di altissimo livello che fa dell’onestà il principale obiettivo: dal testo – che ricorda lo sforzo di Cathy per l’associazione animalista My Lovely Horse – alla melodia, quest’ultima intessuta di chitarre soul, archi, clavicembali, percussioni jazzistiche e una coda strumentale che ci ricorda l’abilità del cantautore nordirlandese. O il secondo singolo How Can You Leave Me On My Own, in cui con un blues rockeggiante, Hammond lamenta di essere stato lasciato solo per… un paio d’ore.

Sia chiaro, c’è da leggere molto fra le righe per apprezzare qualsivoglia album di Divine Comedy, e in questo Foreverland, ci sono fin troppi esercizi di stile (I Joined the Foreign Legion (To Escape), A Desperate Man o la stessa title track) perché possa essere equiparato ai grandi album che hanno portato il Nostro sul trono del chamber pop di oltremanica. Ci limitiamo ad annotare una manciata di buone canzoni e un paio di grandi canzoni. Non è abbastanza, ma certo poco non è.

12 Settembre 2016
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