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1984. A un anno dagli eventi che hanno sconvolto la cittadina di Hawkins, Will Byers fatica a tornare alla normalità dopo il traumatico “soggiorno” nel Sottosopra per via di alcuni flashback e sogni a occhi aperti che continuano a perseguitarlo con sempre maggiore insistenza. Le giornate non sembrano avere lo stesso senso nemmeno per Mike, che prova ancora a contattare Undici attraverso il suo walkie talkie, sperando in una miracolosa risposta dall’altro capo. Intanto, l’arrivo della misteriosa Maxine, soprannominata Mad Max, mina gli equilibri all’interno della gang dei protagonisti, Joyce ha trovato un compagno rassicurante nel bonario Bob e Jim Hopper cerca di aiutare come può a far tornare tutto alla normalità.

C’eravamo lasciati con il più classico dei finali aperti, uno di quei plot twist che tanto piacciono a Stephen King e fanno adirare tutti gli altri, rendendoli impazienti di assistere finalmente alla risposta ad ogni domanda, prontamente infiocchettata in questa seconda stagione. Il vero obiettivo della nuova mandata di episodi andava a configurarsi con la costruzione di una sostanza che giustificasse una forma già di per sé soggetta alle più disparate critiche: è innegabile che l’operazione Stranger Things, fin dalla campagna marketing martellante, si sia concentrata sopra ogni cosa sull’aspetto ludico del prodotto, quello che strizza l’occhio (o entrambi) a un immaginario anni Ottanta sfalsato e restituito tramite cartoline che ben poco hanno a che vedere con un’accurata ricostruzione storica e sociale di quel periodo. Un fatto che purtroppo viene replicato in questa seconda stagione, in cui sviscerando narrativamente i nuovi nove episodi non si potrà non notare un’assenza sconcertante di profondità, sia a livello drammaturgico che di mera successione logica degli eventi, che si affastellano sul piccolo schermo con molta più incertezza e timidezza di quanto ci si sarebbe aspettati da un secondo tentativo. La paura di deludere i propri fedeli appassionati si è rivelata determinante nel non sparpagliare troppo le carte in tavola e nel cercare di accontentare un po’ tutti.

Al termine della visione del nono episodio, che stavolta conclude la stagione con un cliffhanger ben più pacato della volta precedente, si potrà guardare indietro a una storia composta da molti tasselli (molti più di quanto ce ne fosse bisogno) che allargano l’esperienza sensoriale ed emotiva, alimentano contrasti tra i personaggi, aprono voragini narrative da poter riempire a piacimento, alimentano domande sul background della vicenda; insomma, tasselli indispensabili per ogni buon secondo tentativo. A mancare è, dunque, la voglia di approfondimento, di dare sostanza alla gran mole di materiale messa in campo, di elevare gli stereotipi di cui la serie è zeppa e da cui trae la propria forza a figure a tutto tondo, a cui potersi aggrappare per molto più di un paio di minuti. Se un incipit ispirato (a quello de Il Cavaliere Oscuro) faceva ben sperare sugli sviluppi successivi, bisognerà aspettare ben cinque episodi (ovvero, più di metà stagione) affinché la trama vera e propria si dipani davanti allo spettatore, che fino a quel momento avrà fatto già conoscenza dei nuovi ingressi: il bonario Bob, la ribelle Max, il bullo Billy, l’infido Dr. Owens. Nuovi ingressi, che pure non sembrano modificare di un grammo il loro peso specifico sul corso degli eventi, eppure il potenziale per tutti loro c’era.

Partiamo da Bob, nuovo e ingenuo spasimante di Joyce Byers, che a conti fatti avrà un ruolo cruciale nello sviluppo complessivo, ma il cui esito è palesemente telefonato dal comportamento insensato di un Jim Hopper che potrà raccogliere facilmente lo scettro di personaggio più incoerente della stagione. Billy, il cui unico pregio sta nel ricordare allo spettatore un po’ più attempato il look di Rob Lowe in St. Elmo’s Fire, è uno specchietto per le allodole che non sconvolge più di tanto le vite del gruppo principale, così come la piccola Max, il cui potenziale avrebbe dovuto condurre a una naturale disintegrazione dell’unità di quel gruppo – nella fattispecie tra Lucas e Dustin – reagisce agli eventi senza una evidente spiegazione, se non sommaria. Persino il marginale Murray Bauman, ex-giornalista e adesso maniaco delle cospirazioni (interpretato dall’ottimo Brett Gelman) viene gettato nel dimenticatoio dopo aver occupato buona parte del quinto episodio, dimostrando di possedere un carisma anche questa volta privo di qualsiasi sfaccettatura tridimensionale.

Tornando al gruppo di personaggi che hanno conquistato il cuore degli spettatori, anche in questo caso la scarsità di impegno nella scrittura ha raccolto i suoi frutti (ovviamente marci). I fratelli Duffer devono aver pensato che dividere quasi tutti i personaggi principali potesse rivelarsi una mossa vincente e nel caso di Undici ci erano quasi riusciti: il rapporto tra la ragazzina e Hopper è uno dei risvolti migliori della trama, così come la ricerca dei propri genitori è supportata da buone premesse (le torture inflitte alla madre). Il tutto rischia di naufragare a causa di un settimo episodio “punk” che di veramente punk non ha nulla, salvo la confezione (e la battuta di Hopper, sul fatto che la ragazzina sembri appena balzata fuori da un videoclip di MTV, non appare affatto autoironica). Era inevitabile un ridimensionamento del minutaggio sullo schermo di Mike, dato che il plot è focalizzato interamente sull’importanza di Will. A quest’ultimo passaggio, però, segue una frammentazione della gang che porta a un nulla di fatto emotivo con la new entry Max e un bromance un po’ stonato e fuori fase con Steve – la cui relazione con Nancy naufraga (o rimane in sospeso?) in maniera svogliata. La prevedibilità dei rapporti emotivi tra i personaggi fa sì che questi si comportino in maniera incomprensibile per raggiungere l’ovvia conclusione (su tutti, l’insensata scelta di Hopper di non spalleggiare Bob in una delicata missione).

Alla luce di tutto ciò, cosa sta cercando di dirci questa operazione targata Netflix? È la classica metafora con cui si descrive la periferia americana, dove Hawkins è il corrispettivo di un’America all’apparenza idilliaca, ma che in fondo nasconde più mostri (ombra) che pregi? Niente di tutto questo, purtroppo. La risposta è che dietro a tutti i riferimenti alla cultura popolare degli Eighties, è davvero un peccato che non ci sia quasi nulla di cui parlare.

6 Novembre 2017
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