Recensioni

7

Reunion nel 2008/2009, primo disco della seconda fase nel 2011 (Here Before), vent’anni dopo il precedente Time for a Witness, e adesso questo nuovo album a sigillare una rinnovata creatività e voglia artistica di esserci e dire la propria: i Feelies sono tornati per restare. La notizia farà felice tutti i fan che non hanno mai smesso di amare il jangle pop sfumato wave dell’esordio del 1980. Farà ancora più felici coloro che hanno amato il disco successivo, The Good Earth (1986), che per atmosfere e sonorità è il punto di riferimento interno per questo In Between.

A mettere le cose in chiaro è il suono di fuoco che crepita in apertura della title track: mood bucolico, prevalentemente acustico che nonostante non lasci mai da parte l’irrequietezza nervosa della band pende nell’intimo. Flag Days, con gli intarsi delle due chitarre elettriche, è però il classico marchio di fabbrica Feelies, mentre When to go è la perfetta ballad agrodolce che parla di mattine presto, prima dell’alba e di pensieri lividi che scaturiscono dalle difficoltà della vita. Un senso di destino complicato che si attesta anche in titoli come Gone, gone, goneTime Will Tell.

Per certi versi simili ai Teenage Fanclub, capaci di essere sempre perfettamente se stessi pur cambiando ed essendo cambiati dal tempo che passa, con il piglio power/jangle che è sempre lì pronto a riemergere quando se ne senta la necessità, ma con una spruzzata di acido a là Velvet Underground (nella lunga reprise della titletrack posta in coda) e una vicinanza al sound variegato degli Yo La Tengo di metà duemila, i Feelies mostrano anche nel 2017 quanto abbiano ancora da mettere sul piatto. Certo, lo sguardo è più rivolto al passato, all’indie che fu, ma certo chiedere l’innovazione sarebbe fuori luogo. Long live The Feelies!

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