• Ott
    28
    2014

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Bella Union

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Da tempo annunciato per lo sconcerto e la curiosità di fan e addetti ai lavori, ecco il tributo al Sergente Pepe organizzato dai quanto mai zuzzurelloni Flaming Lips, che per l’occasione hanno coinvolto una pletora di “fwends” tanto importante quanto imprevedibile (da J Mascis a Foxygen, dai My Morning Jacket a Moby). Partiamo però dal dato più clamoroso e chiacchierato: il coinvolgimento di Miley Cyrus in Lucy in the Sky With Diamonds e A Day In The Life. Che detta così suona un po’ come far riscrivere On The Road a Fabio Volo. Ebbene, il punto mi sembra proprio questo, cioè il collassare di tutto – anche di questi archetipi sommi del pop-rock arty – in un calderone pop che omologa linguaggi visionari e congetture radiofoniche, follia e mestiere, mistero e sensazione. Sensazione, già: da un pezzo sembra che i Lips inseguano soprattutto il gusto della performance sensazionale, del gesto che scuota il flusso dell’intrattenimento standard proponendosi come alternativa straniante, al limite persino aliena (col rischio di scadere nel sottoprodotto del sensazionalismo, ovvero una blanda trasgressività).

Ma resta pur sempre intrattenimento, festa dell’avvenire sonico come spettacolo d’arte varia in technicolor, petardi, megafoni e cotillon. Il limite di tutto questo sta nell’aver sostanzialmente già sperimentato tutto il repertorio, tanto che sembra di assistere a replay su replay dei concerti-happening del periodo Yoshimi, con la differenza che allora facevano fatica a conquistare passaggi su MTV mentre oggi è più o meno quello il target dichiarato. Se però la faccenda rischia di sembrare arida è perché il versante musicale sembra essersi attestato su soluzioni che non riescono più a stupire, una specie di calligrafia a base di vampe, sincopi, sbuffi, svalvolate siderali e ghirigori androidi che, pur conservando una grana dadaista, si profila sempre più come una parata di cliché.

Vedi lo scenario acido e malfermo di With a Little Help From My Friends, col call & response tra il fosco e lo psicotico dove Coyne gioca all’invettiva scorticata un po’ a gratis. Quanto a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (con My Morning Jacket, Fever the Ghost e J Mascis), timbra il cartellino stritolando bassi in un viluppo di falsetti e vocoder senza mai oltrepassare la soglia del prevedibile. Fa meglio la versione reprise (a cura di Foxygen & Ben Goldwasser), trasfigurata lo-fi sotto una coltre sonica electro funky, col condimento di assolo acido, barriti di trombone e bambagia fuzz. Peccato perché The Terror aveva un indirizzo sonoro ben preciso e strutturato, e persino sotto l’egida Electric Würms i Nostri hanno dimostrato di saper svariare ancora in maniera convincente. Würms che tra l’altro rifanno qui Fixing a Hole disimpegnandosi tra brezze spacey e bassi brumosi come degli Air nevrastenici: qui e in Within You Without You (per la quale si sono scomodati Birdflower e Morgan Delt), col suo slancio psych suadente che impasta folk, elettricità ed elettronica, sembra che le potenzialità della canzone tornino per un attimo al centro della scena, forse proprio perché si tratta di pezzi relativamente meno noti, in ogni caso i risultati sono apprezzabili.

Quanto al resto, potremmo sintetizzare come una serie di tentativi abbastanza estemporanei e non propriamente geniali di scompaginare tracce impresse a fuoco e a fondo nella memoria personale e collettiva. A qualche momento gustoso – il freak folk sotto metadone di Getting Better, l’impertinenza synth wave di Lovely Rita, il cabaret post-punk di Being for the Benefit of Mr. Kite! – corrisponde un generale senso di inadeguatezza, a partire forse dall’idea di coinvolgere così tanti personaggi, le cui diverse attitudini hanno finito per smorzarsi nelle linee guida del progetto. L’aridità emotiva cui approda When I’m Sixty-Four (per la smania di sacrificare il trasporto swing dell’originale sull’altare del disincanto ludico contemporaneo) e la decostruzione didascalica della succitata Lucy sono forse gli episodi più avvilenti, mentre la altrimenti epocale A Day In The Life dopo essersi piegata ad una variazione hip hop sottovuoto per la voce felina e imbronciata della Cyrus, può almeno vantare l’intuizione migliore del disco, ovvero un disinnesco improvviso piuttosto che confrontarsi con la deflagrazione atomica di pianoforti dell’originale.

Non resta che augurarsi che venda comunque moltissimo, visto che gli incassi verranno devoluti a The Bella Foundation, un’associazione di Oklahoma City che si occupa di salvaguardia e adozione di randagi.

31 Ottobre 2014
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