• Mag
    05
    2014

Album

XL

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Luminous è al tempo stesso il quarto album del quintetto ed nuova tappa dell’evoluzione verso un pop di classe, che coniuga una certa immediatezza con una ricerca estetica che fa del dettaglio la proprio fiore all’occhiello. Il salto rispetto a Skying non è disorientante quanto quello che separava Primary Colours dall’esordio, ma la definizione di un sound peculiare prosegue, nella consapevolezza del ruolo di corazzata del nuovo pop britannico che intanto gli Horrors sono andati a ricoprire. Dietro ci sono nuove leve che premono (gente agguerrita come TOY, Temples e Telegram). Dunque a Luminous spetta l’arduo compito di ribadire il primato artistico di Badwan e soci. Ci riesce?

Andiamo con ordine, partendo proprio dallo spilungone che guida il gruppo e che sta progressivamente abbandonando il tono tenebroso che costituiva l’ultimo legame con gli esordi horrorifici. Il risultato, quando lo si sente cantare disteso su Sleepwalk, è di suonare ancora più artefatto e monocorde. Per fortuna non sta certo nelle sue corde vocali il piatto forte della formazione londinese, quanto piuttosto nelle visionarietà acida di Rhys Webb. In quel modo che il gruppo ha di appropriarsi dei frutti più maturi del synth e del guitar pop degli ultimi trent’anni, applicandovi un paradigma sperimentale (quello del freakbeat e del krautrock) fatto di reiterazioni, lunghe parti strumentali e dolci deliqui psych.

Se tutto questo su Skying aveva condotto ad una fortuita assonanza con i primi Simple Minds, oggi gli Horrors sembrano svincolati da riferimenti diretti. Volendo parcellizzare i singoli brani, vi si riconoscono le rotondità digitali dei Kraftwerk (So Now You Know), la wave barocca dei primi Ultravox (Jealous Sun) ed echi della Manchester danzerina (un po’ ovunque ma soprattutto su In And Out Of Sight e nell’opener Chasing Shadows), ma tutto ciò si scorge appena fra le complesse stratificazioni elettroniche, gli ipnotici giri di basso e i fini affreschi shoegaze. Il risultato è un paesaggio sonoro lussureggiante, coloratissimo e multitesturale che si osserva ammirati, ma che difficilmente colpisce al ventre.

I nodi che Skying lasciava intravedere, ma in qualche modo nascondeva sotto le sue forme dilatate, oggi vengono drammaticamente al pettine. Ancor più dello scorso album, infatti, questo si presta alla liturgia del pop, nel senso che, al netto delle vaporose intro cinedeliche e delle mirabolanti code strumentali, pur sempre di verse-chorus-verse si tratta. Ed è qui che gli Horrors falliscono. In un songwriting che non funga da mero pretesto per edificare affascinanti costrutti sonori. L’impressione, insomma, è che spogliate dei loro fantasiosi arrangiamenti, le canzoni di Luminous semplicemente non esisterebbero. O si lascerebbero dimenticare in fretta a causa della sconcertante banalità.

Lo si era intuito dal primo singolo I See You, di cui si skippava volentieri la parte cantata per godere del lungo outro in crescendo. La stessa cosa accade nella già citata First Day Of Spring, il cui momento migliore resta il cambio di tonalità e la conseguente coda strumentale. Appena meglio fa Jealus Sun (uzz song dai contorni evanescenti come nei frammenti più ispirati di Primary Colours) e la conclusiva Sleepwalk, che non a caso ha l’incedere solenne di Still Life. Per il resto Luminous è come un fiore coloratissimo che si sbriciola fra le mani, tanto più si cerca di sfogliarlo. Un problema dei nostri tempi, quello della vacuità splendidamente confezionata. E purtroppo anche sotto questo aspetto i cinque si dimostrano decisamente all’avanguardia.

5 Maggio 2014
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